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Esteri

EGITTO/ Esercito o islam radicale? Il dopo-rivoluzione "allontana" la democrazia

Chi può realmente garantire che la caduta dei regimi mediorentali e nordafricani non spiani la strada ad un potere ancor più repressivo? L'analisi di MARINA CALCULLI

Studentesse a Tehran l'11 febbraio 2011, 32/o anniversario della rivoluzione (Ansa)Studentesse a Tehran l'11 febbraio 2011, 32/o anniversario della rivoluzione (Ansa)

Le sollevazioni popolari che dalla Tunisia si sono propagate con un sorprendente quanto imprevedibile effetto a catena in Egitto, Algeria, Yemen, Libia e che ieri hanno agganciato come ultimo anello l’Iran, sono sicuramente la prova di quanto nel mondo arabo la modernizzazione degli Stati, seppur mai accompagnata da processi di democratizzazione, ha indotto la formazione di una cittadinanza che - come avrebbe detto Max Weber - si aspetta dai governi una “prestazione positiva” e ha dimostrato di essere in grado di rompere il patto con essi quando questa viene a mancare.

È importante comprendere il carattere moderno e secolare delle manifestazioni cui stiamo assistendo: i cittadini chiedono lavoro, dignità, riforme di fronte a governi autoritari, corrotti e impregnati di clientelismo. Non dimentichiamo che la miccia che ha fatto scoppiare la rivolta tunisina è stata il caso di un venditore ambulante di verdura che, dopo essersi visto sottrarre dalla polizia il suo carretto abusivo, si è dato fuoco non sapendo più come sfamare i suoi figli. L’Islam, in altri termini, non c’entra nulla nelle piazze arabe in rivolta che stanno dominando le tv mondiali. In quelle piazze c’è piuttosto il disagio di una popolazione giovane e senza speranza (nell’intero mondo arabo circa il 50 percento della popolazione ha meno di 20 anni e le prospettive lavorative sono bassissime praticamente in tutti i paesi). Anche le rivolte in Iran trovano fondamento in un fortissimo disagio sociale; il regime di Teheran peraltro arranca, vessato delle sanzioni internazionali che hanno imposto anche diversi tagli ai sussidi sociali.

C’è però una differenza sostanziale da fare tra gli Stati arabi e quello iraniano. Per quanto riguarda i primi, infatti, il rovesciamento dei governi potrebbe ironicamente portare l’islamismo radicale, per circostanze non legate da un filo di consequenzialità con gli eventi in corso, ad essere il principale beneficiario di queste crisi. Nel caso della teocrazia di Teheran, invece, l’effetto potrebbe essere esattamente opposto. Il popolo iraniano in sostanza contesta l’autorità repressiva delle istituzioni islamiche e dunque, se si creassero le condizioni di una transizione iraniana, il futuro regime avrebbe probabilmente un carattere più laico. E questo anche perché, a differenza delle società arabe in cui il legame civico è per lo più secondario rispetto a quello etnico, tribale o confessionale, paradossalmente in Iran, regime islamico per eccellenza, la società è molto più matura e possiede un’attitudine alla cultura civica molto più sviluppata.
 
Ma tra l’Iran e i regimi arabi c’è un’altra differenza di fondo, questa volta molto più strutturale, che ci dice già molto sulla diversità dei potenziali esiti di queste rivolte. Innanzitutto, mentre in Tunisia e in Egitto il vecchio ordine è già stato scardinato e la transizione, per quanto incerta, è già stata avviata, in Iran le strutture interne dello Stato potrebbero rendere la gatta del popolo impossibile da pelare. Nei regimi arabi, non dimentichiamolo, sono stati gli eserciti a sostenere le piazze in rivolta, voltando le spalle ai governi ormai in caduta libera. Nel caso iraniano, invece, non esiste strutturalmente un’istituzione in grado di volgere gli strumenti stessi del regime contro la sua testa.
 


COMMENTI
16/02/2011 - democrazia? (Antonio Servadio)

Fin dalle prime avvisaglie di protesta, in Tunisia e poi in Egitto, i gornali nostrani hanno preso a discettare di democratizzazione. Il popolo a sud del Mediterraneo ha dato vita ad una protesta animata da richieste veementi di giustizia sociale, di maggior benessere, come ben descritto in questo articolo. La richiesta di democrazia, mi pare, non è mai stata espressa dai manifestanti. La democrazia, che qui ci sembra la naturale strada verso un'equità sociale, l'ovvio contraltare alla dittatura, invece non fa parte dell'orizzonte di cultura politica di quei popoli, certamente non nelle forme che assume in Europa. L'equazione richiesta di migliori condizioni uguale democrazia l'hanno fatta giornalisti e opinionisti "occidentali", non è un prodotto locale, è un ennesimo prodotto coloniale, o meglio, l'ennesima proiezione culturale di stampo neocoloniale.