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EGITTO/ Esercito o islam radicale? Il dopo-rivoluzione "allontana" la democrazia

Pubblicazione:martedì 15 febbraio 2011

Studentesse a Tehran l'11 febbraio 2011, 32/o anniversario della rivoluzione (Ansa) Studentesse a Tehran l'11 febbraio 2011, 32/o anniversario della rivoluzione (Ansa)

I pasdaran iraniani sono molto differenti dagli eserciti arabi. Questi ultimi sono stati i campioni delle lotte irredentiste e della formazione statale e sono già al potere da decenni. L’appoggio che i militari hanno offerto alle popolazioni si spiega proprio con la paura di poter essere destituiti dei loro tradizionali benefici. In Egitto per esempio, ben inteso che Mubarak non sarebbe durato a lungo, la complicità offerta dall’esercito verso i manifestanti di piazza Tahrir ha mostrato quanto i militari non siano affatto disposti a cedere le poltrone del potere (su cui siedono d’altra parte ininterrottamente dal 1952, dalla caduta del re Farouk). I pasdaran, invece, sono stati i figli della rivoluzione islamica - formalizzati in istituzione militare solo dopo il 1979. Sottoposti all’autorità del grande ayatollah Khomeini si concepiscono come i guardiani della rivoluzione e soprattutto sono intrisi di quel miasma tra islam e potere che inibisce qualsiasi forma di scissione tra scopi politici e religiosi.

Molto diverso è il caso delle varie armées arabe, le quali, al contrario, sono istituzioni assolutamente laiche e anzi ostili alle forze islamiste. Non dimentichiamo che i regimi autoritari nel mondo arabo sono stati fino ad ora sostenuti dall’Occidente - e in particolare degli Stati Uniti - proprio in virtù della loro capacità di reprimere le forze islamiste radicali. Il re nudo del contraddittorio rapporto tra Occidente e autoritarismi arabi fino ad ora è stato incarnato proprio dalla certezza che, in presenza di elezioni realmente democratiche, i partiti islamisti sarebbero dappertutto al potere nella regione.

Ma quali sono le reali possibilità di una transizione democratica? Se certamente la grandezza delle manifestazioni cui stiamo assistendo risiede proprio nel loro nascere dal basso nel contesto di società tradizionalmente abituate a funzionare dall’alto, c’è tuttavia un elemento di drammaticità che le accomuna: in tutti i casi quello che davvero manca alla forza dei movimenti è la preparazione di una transizione, necessaria perché, dopo il crollo del sistema, un potere migliore di quello precedente possa essere instaurato. Così come manca del tutto un environment favorevole al passaggio verso la democrazia. Ben differentemente da quello che avvenne per i regimi dell’Europa dell’Est post ’89, che avevano una congiuntura internazionale a loro vantaggio, oltre che la forza catalizzatrice, inclusiva e geograficamente prossima dell’Unione europea, ai regimi arabi manca del tutto un’entità polarizzante che possa accompagnare l’instaurazione di regimi liberali e democratici. Difficile pensare che questo ruolo possa davvero essere giocato dagli Stati Uniti, i quali hanno collezionato troppi errori nella loro politica estera in Medio Oriente, oltre ad aver sostenuto fino a poche settimane fa proprio quei regimi oppressivi contro cui la gente è scesa in piazza; nel caso differente dell’Iran sono ancora troppo nitide nella memoria di tutti le elezioni del 2009 per pensare che il popolo iraniano faccia affidamento sul sostegno degli Usa in questa nuova edizione della sua lotta per la libertà.
 


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COMMENTI
16/02/2011 - democrazia? (Antonio Servadio)

Fin dalle prime avvisaglie di protesta, in Tunisia e poi in Egitto, i gornali nostrani hanno preso a discettare di democratizzazione. Il popolo a sud del Mediterraneo ha dato vita ad una protesta animata da richieste veementi di giustizia sociale, di maggior benessere, come ben descritto in questo articolo. La richiesta di democrazia, mi pare, non è mai stata espressa dai manifestanti. La democrazia, che qui ci sembra la naturale strada verso un'equità sociale, l'ovvio contraltare alla dittatura, invece non fa parte dell'orizzonte di cultura politica di quei popoli, certamente non nelle forme che assume in Europa. L'equazione richiesta di migliori condizioni uguale democrazia l'hanno fatta giornalisti e opinionisti "occidentali", non è un prodotto locale, è un ennesimo prodotto coloniale, o meglio, l'ennesima proiezione culturale di stampo neocoloniale.