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EGITTO/ Esercito o islam radicale? Il dopo-rivoluzione "allontana" la democrazia

Studentesse a Tehran l'11 febbraio 2011, 32/o anniversario della rivoluzione (Ansa) Studentesse a Tehran l'11 febbraio 2011, 32/o anniversario della rivoluzione (Ansa)

Se guardiamo invece al mondo arabo, quali sono gli unici attori strutturalmente in grado di gestire la transizione? Le forze militari e i partiti islamici sembrano essere ovunque gli unici presenti all’appello. Le prime, considerate dappertutto funzionali alla protezione del potere autoritario, come ho già evocato, costituiscono già in tutti i paesi arabi l’istituzione meglio organizzata dello Stato e beneficiaria di una parte consistente del Pil anche nei paesi più poveri e meno belligeranti. I secondi rappresentano invece la forza più repressa ma in realtà sempre più ricca di consensi.

La rivoluzione egiziana ha trovato il suo principale terreno di fioritura nel malcontento di quel 20 percento della popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno e nella frustrazione di una gioventù senza lavoro. Ma durante i 18 giorni di rivolta è stato sorprendente quanto l’armée da un lato e i “Fratelli Musulmani” dall’altro siano stati abili nel cavalcare la frattura creatasi senza preavviso tra popolo e stato. Per quanto riguarda l’atteggiamento dei militari, una volta escluso il miracolo della “rivelazione democratica”, esso non rivela, a ben guardare, proprio nulla di nuovo; si inserisce invece nel solco della più consuetudinaria tradizione populista che caratterizza gli autoritarismi militari del mondo arabo e li distingue da quelli più elitari e burocratici di altre zone del mondo. L’obiettivo dell’esercito è stato chiaro fin dall’inizio della rivoluzione egiziana: garantirsi il posto d’onore nella transizione e limitare il più possibile la perdita dei suoi benefici. La condicio sine qua non era non inimicarsi il popolo.

Non da meno tuttavia sono stati i Fratelli Musulmani, i quali hanno saputo creare nel giro di pochi giorni una rete impeccabile di supporto ai manifestanti - cibo, acqua, soldi - mostrando una imprevedibile capacità di mobilitare, gestire risorse e agire da catalizzatori sociali. D’altra parte il consenso di questo partito è andato incredibilmente crescendo negli ultimi anni, nonostante la perpetua vessazione da parte del regime di Mubarak soprattutto grazie a politiche di “welfare informale” messe in atto nelle aree del paese in cui lo Stato è il grande assente. È chiaro dunque che i Fratelli Musulmani non potranno facilmente essere messi fuori gioco nella prossima formazione di governo. Quanto grande sarà il peso del partito islamista a transizione compiuta è difficile da prevedere; certo è però che un “Egitto islamico” avrebbe un effetto di radicalizzazione ideologica su tutto il mondo arabo. La prima potenziale conseguenza sarebbe infatti la rottura della pace con Israele - cosa peraltro non da escludere, visto che riporterebbe all’Egitto tutte quelle prerogative per poter esercitare una leadership regionale, che furono disconosciute da parte degli altri paesi arabi nel 1979 (data della pace con lo stato ebraico). I rischi di un nuovo conflitto arabo-israeliano a questo punto sarebbero elevatissimi.
 


COMMENTI
16/02/2011 - democrazia? (Antonio Servadio)

Fin dalle prime avvisaglie di protesta, in Tunisia e poi in Egitto, i gornali nostrani hanno preso a discettare di democratizzazione. Il popolo a sud del Mediterraneo ha dato vita ad una protesta animata da richieste veementi di giustizia sociale, di maggior benessere, come ben descritto in questo articolo. La richiesta di democrazia, mi pare, non è mai stata espressa dai manifestanti. La democrazia, che qui ci sembra la naturale strada verso un'equità sociale, l'ovvio contraltare alla dittatura, invece non fa parte dell'orizzonte di cultura politica di quei popoli, certamente non nelle forme che assume in Europa. L'equazione richiesta di migliori condizioni uguale democrazia l'hanno fatta giornalisti e opinionisti "occidentali", non è un prodotto locale, è un ennesimo prodotto coloniale, o meglio, l'ennesima proiezione culturale di stampo neocoloniale.