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Esteri

EGITTO/ Esercito o islam radicale? Il dopo-rivoluzione "allontana" la democrazia

Studentesse a Tehran l'11 febbraio 2011, 32/o anniversario della rivoluzione (Ansa)Studentesse a Tehran l'11 febbraio 2011, 32/o anniversario della rivoluzione (Ansa)

Ma se ritorniamo anche in Tunisia le analogie strutturali con l’Egitto sono eclatanti: l’estrema inconsistenza di un’opposizione organizzata ha fatto sì che l’esercito si autoproclamasse immediatamente garante della costituzione e della “rivoluzione dei gelsomini” mentre da alcune settimane il leader dell’opposizione islamica Rachid Gannouchi è ritornato nel paese, innalzando lo stendardo di una nuova era democratica sotto l’egida di un Islam moderato. I problemi che hanno portato all’esplosione del malcontento popolare in Tunisia non sono legati alla povertà del paese o ad un’economia lenta, che al contrario in questi ultimi anni ha conosciuto forse il periodo più fiorente della sua storia (esattamente il motivo per cui la Francia si è trovata completamente impreparata di fronte alle manifestazioni). Lo squilibrio nella Tunisia di Ben Ali era invece tutto nella distribuzione ineguale della ricchezza del paese, che ha creato un divario sempre più ampio tra un ceto privilegiato e corrotto e una popolazione sempre più vessata dall’aumento dei prezzi e dalla disoccupazione ormai data al 20 percento.

È evidente che, se l’esercito prendesse il potere, la situazione non cambierebbe di molto. Una caratteristica peculiare delle varie armées arabe è la familiarità con i privilegi. Probabilmente qualche riforma ci sarebbe ma di certo la via democratica sarebbe esclusa dagli scenari futuri. Non dimentichiamo che Ben Alì proveniva proprio dalle file dell’esercito. Se al contrario fosse l’Islam a prendere il potere in Tunisia, il regime virerebbe in chiave antioccidentale verso lo statalismo, opponendosi ai principi di un’economia di mercato (verso cui il paese è già sostanzialmente avviato); a ciò poi si aggiungerebbe un’inversione di rotta nel processo di modernizzazione dello stato, con buona pace delle sue recenti conquiste liberali (a cominciare dai diritti delle donne, non casualmente le prime a protestare contro il ritorno di Gannouchi).

Il binomio esclusivo dell’alternativa “militari-partiti islamici”, dunque, induce forti dubbi sul fatto che la democrazia possa essere la chiave delle transizioni di regime in corso nel mondo arabo. I due potenziali attori sono di fatto identitariamente alieni ad essa. Entrambi sarebbero ostili ad una ritrazione dello Stato dalla sfera pubblica e alla rinuncia di una concentrazione elitaria del potere. Inoltre un governo islamico - per quanto nella migliore delle ipotesi discretamente liberale - porterebbe ad un’applicazione più ortodossa della sharia, che si tradurrebbe nell’arresto di una serie di riforme riguardanti i codici di statuto personale, della famiglia, per non parlare dei diritti delle donne. Dall’altro lato però è evidente che il passaggio al nuovo ordine non potrà più permettersi l’esclusività del potere per non incorrere in nuove rivoluzioni.

Quale potrebbe essere dunque il nuovo volto di questi regimi? L’applicazione del modello liberale occidentale appare tanto ingenua nella sua proposizione quanto irrealizzabile nei fatti e moltissime controindicazioni le presenterebbe anche il modello turco, anch’esso invocato negli ultimi giorni come esemplare da importare: la Turchia è uno Stato-nazione, con una cittadinanza nazionale discretamente matura che ha cognitivamente acquisito la nozione di secolarizzazione. I paesi arabi sono Stati senza nazioni e all’interno di essi la religione non è concepita come scissa dalla sfera del potere. Questo è il motivo per cui l’Occidente ha sempre temuto il volto arabo dell’Islam, preferendo, alla sua manifestazione, il carattere repressivo di regimi laici.
 


COMMENTI
16/02/2011 - democrazia? (Antonio Servadio)

Fin dalle prime avvisaglie di protesta, in Tunisia e poi in Egitto, i gornali nostrani hanno preso a discettare di democratizzazione. Il popolo a sud del Mediterraneo ha dato vita ad una protesta animata da richieste veementi di giustizia sociale, di maggior benessere, come ben descritto in questo articolo. La richiesta di democrazia, mi pare, non è mai stata espressa dai manifestanti. La democrazia, che qui ci sembra la naturale strada verso un'equità sociale, l'ovvio contraltare alla dittatura, invece non fa parte dell'orizzonte di cultura politica di quei popoli, certamente non nelle forme che assume in Europa. L'equazione richiesta di migliori condizioni uguale democrazia l'hanno fatta giornalisti e opinionisti "occidentali", non è un prodotto locale, è un ennesimo prodotto coloniale, o meglio, l'ennesima proiezione culturale di stampo neocoloniale.