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EGITTO/ La rivolta vista dal convento dove i musulmani studiano san Francesco

Ancora è difficile capire come sarà l’Egitto del futuro, come ci spiega VINCENZO IANNIELLO, direttore del Centro di Studi Orientali Cristiani del Cairo

Un momento di preghiera durante le proteste in Egitto (Foto Ansa) Un momento di preghiera durante le proteste in Egitto (Foto Ansa)

Prove di dialogo nel Cairo assediato da esercito e manifestanti. Una biblioteca gestita dai frati francescani dove i professori delle università religiose islamiche mandano i loro studenti per preparare la tesi su figure di santi come San Francesco e San Bonaventura. A raccontare che cosa sta avvenendo nel convento del Musky, nella grande parrocchia latina della capitale egiziana, è padre Vincenzo Ianniello, francescano della Custodia di Terra Santa e direttore del Centro di Studi Orientali Cristiani del Cairo. A mezz’ora a piedi da piazza Tahrir, se si escludono gli spari contro i saccheggiatori che si sentono risuonare nella notte, il convento di Musky non è stato toccato direttamente dagli scontri e dalle manifestazioni. Ma è comunque un osservatorio privilegiato per comprendere, con la calma tipica dei frati francescani, che cosa avverrà nell’Egitto di domani.

 

Padre Ianniello, perché alcuni cristiani sono scesi in piazza a protestare, mentre altri hanno preferito non farlo?

 

Alcuni cristiani, inclusi preti e suore, hanno preso parte alle proteste, ma lo hanno fatto in un modo poco evidente. È vero che i Fratelli musulmani hanno fatto una dichiarazione in cui si dice che «cristiani e musulmani sono tutti uguali». Ma questa è una formula che si ripete ogni volta che si vuole ottenere qualcosa. Dicono che «il nostro Dio è uguale al vostro», «abbiamo tutti lo stesso Dio» e altre cose del genere. Però poi quando non c’è più bisogno dell’appoggio dei cristiani, si vedono le differenze e la minoranza praticamente non conta. Quando fa loro comodo siamo tutti uguali, e poi smettiamo di esserlo. È di questo che hanno una certa paura i cristiani. Forse non in tutti c’è lo stesso timore, però c’è molta prudenza, perché è difficile decifrare quello che accadrà dopo, e se si sbaglia a fare dei passi se ne pagheranno le conseguenze.

 

Come sarà l’Egitto che verrà?

 

Non dobbiamo farci illusioni, è troppo presto per dare delle risposte. Però è vero che ogni volta che passo davanti all’università vedo dei giovani sia musulmani sia cristiani (si riconoscono da come vestono le ragazze), che vanno in giro e parlano insieme. Significa che nelle nuove generazioni una certa apertura al dialogo c’è. Questo avviene soprattutto negli ambienti più colti, ma non ovunque è così: se uno viene da un’università islamica la pensa esattamente allo stesso modo? I ragazzi che frequentano la nostra biblioteca, dove abbiamo 80 mila volumi sul cristianesimo occidentale, sono però sia musulmani sia cristiani. E spesso vediamo delle ragazze completamente velate, che stanno insieme alle cristiane senza nessun problema. È l’ambiente a essere determinante, e in Egitto non tutti gli ambienti sono uguali. Quando il 7 gennaio si è celebrato il Natale copto, siamo stati a salutare gli ortodossi per fare loro gli auguri. Ci hanno detto: «State tranquilli perché qui abbiamo sempre avuto dei buoni rapporti con i nostri vicini musulmani e quindi non temiamo il rischio di attentati».

 

Ma in questi giorni di proteste, per i cristiani il clima è stato più o meno libero?