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EGITTO/ La rivolta vista dal convento dove i musulmani studiano san Francesco

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Un momento di preghiera durante le proteste in Egitto (Foto Ansa)  Un momento di preghiera durante le proteste in Egitto (Foto Ansa)

In questi giorni c’è un clima migliore. Nei momenti di rivolta, nessuno ha attaccato le chiese, anche se la polizia era letteralmente scomparsa. Potevano fare quello che volevano contro il nostro monastero, ma non è successo assolutamente niente. Certo, a Capodanno c’è stato il terribile attentato di Alessandria. E la versione del governo era che i terroristi venivano da fuori del Paese. Ma la gente fin dal primo giorno diceva: «Questo attentato è stato organizzato in Egitto». Perché lo dicessero, non lo so. Ora però da un’inchiesta emerge che sembrerebbe sia stato progettato dall’ex ministro degli Interni egiziano. Per non parlare del fatto che nei giorni scorsi i cristiani hanno pregato in piazza Tahrir, mentre i musulmani stavano a guardarli. Se fosse avvenuto sotto Mubarak, sarebbe scoppiato il finimondo.

 

Qual è il significato della presenza dei francescani al Cairo?

 

In Egitto, oltre ai padri di Terra Santa cui appartengo, ci sono anche i francescani della Provincia egiziana, attivi nel campo dell’educazione. Nelle nostre scuole vengono studenti musulmani e cristiani, senza distinzioni, e grazie a questo si instaurano numerosi rapporti positivi che restano nel tempo. Noi non siamo qui per predicare, ma come ci ha insegnato San Francesco, per essere una presenza pacifica in mezzo alla gente.

 

Ma perché le studentesse musulmane vengono nella biblioteca dei frati?

 

Alcuni professori, anche di università islamiche, propongono ai giovani di fare delle tesi sui santi cristiani, in particolare su San Francesco e San Bonaventura. Tutto è nato dal fatto che nel nostro convento c’è un padre siriano cui molti docenti islamici si rivolgono per chiedere delle traduzioni dal latino all’arabo. Dall’incontro con lui, in molti è nato il desiderio di conoscere la nostra esperienza. Un professore in particolare si è chiesto: «Ma perché ci chiediamo sempre che cosa ne pensiamo noi dell’Occidente cristiano, e non ci chiediamo che cosa ne pensa quest’ultimo di noi?». È un po’ come Mosè che, dopo avere visto il roveto ardente, ha avvertito il desiderio di scoprire che cos’era. Questi rapporti tra noi e i musulmani vengono da un’esperienza che probabilmente non si spiega, ma da cui nasce il desiderio di relazioni migliori tra islamici e cristiani.

 

Da un punto di vista sociale invece, com’è la situazione in Egitto?

 

La gente qui conta quando comanda su qualcuno, è una mentalità radicata e non mi risulta che il regime abbia fatto qualcosa per correggerla. Anche perché il regime non si è mai interessato veramente del popolo. L’unica cosa che gli interessava erano le persone che riuscivano ad accumulare capitali. Quando quattro anni fa sono tornato in Egitto, dopo esserci vissuto a lungo negli anni ‘90, la prima cosa che ho sentito dire è stata: «L’Egitto vive su una polveriera, prima o poi scoppia». E questa è stata l’occasione.

 

Perché dice che il governo non si è mai interessato del popolo?


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