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EGITTO/ Lettera di Mikawi: la nostra unità sfida gli Usa e la doppiezza di Mubarak

Un carroarmato tra i manifestanti (Foto: Ansa) Un carroarmato tra i manifestanti (Foto: Ansa)

 

Martedì notte, subito dopo il discorso di Mubarak, noi manifestanti abbiamo subito deciso di aprire un confronto con il governo. Su sei richieste di chi protestava, il presidente infatti ne ha accolte quattro: ha cambiato il governo, ha promesso che modificherà la Costituzione, ha garantito che sceglierà alcune persone in grado di guidare il Paese dopo di lui e ha aperto un dialogo con l’opposizione. Le altre due richieste erano le sue dimissioni e l’abolizione delle leggi d’emergenza.

 

Analizzando però il suo discorso, emerge che ha fatto leva soprattutto sull’aspetto emotivo. Molti ragazzi egiziani si sono commossi nel vedere un 80enne che, scandendo le parole in tono drammatico, diceva: «Ho imparato molto da questi giovani, e garantirò a queste persone onorevoli i loro diritti. Tutto ciò che mi auguro è di poter morire nel mio Paese come un vero egiziano».

 

Le sue parole hanno molto colpito l’opinione pubblica egiziana, riuscendo nell’intento di dividerla. Ma se le leggiamo con la ragione, e non soltanto con il sentimento, ci dobbiamo chiedere perché sia rimasto al potere per 30 anni grazie a elezioni irregolari e non abbia nominato un vicepresidente, almeno fino alla settimana scorsa come prescriveva la Costituzione.

 

E anche il linguaggio usato da Mubarak dimostra che il presidente non è cambiato affatto, nonostante le proteste. Fatto sta che, insieme alle altre persone che lo contestavano, abbiamo ritenuto che le sue concessioni fossero sufficienti per avviare un dialogo con il governo. I nostri rappresentanti, a sorpresa, all’alba di ieri sono stati però aggrediti da persone armate di pietre e coltelli che erano arrivate in piazza Tahrir su cavalli e cammelli.

 

E ben presto la piazza si è trasformata in un campo di battaglia, con i due partiti, a favore e contro Mubarak, che si fronteggiavano. Tra quanti lo sostengono, a fianco di molte persone che lo fanno per convinzione, ce ne sono diverse altre che hanno avuto dei benefici dalla corruzione del regime. Non vogliono che Mubarak se ne vada perché in questo modo non ci sarebbe più nessuno a coprirli. E come giudice, so che molti di loro dovrebbero comparire davanti al tribunale.


COMMENTI
06/02/2011 - Educazione yankee (Pierpaolo Poldrugo)

"Per questo, potremmo arrivare a proporre di prendere tutti gli egiziani uno a uno, mandarli negli Stati Uniti per fornire loro un’educazione modello e poi rispedirli indietro nel nostro Paese." Non ci credo. In Cile, caso mai, per fare compagnia ai Palesitinesi (e fare posto agli israeliani).