Esteri
martedì 8 febbraio 2011
Omar Suleiman, volto della fase attuale del regime egiziano, ha incontrato le parti mentre in piazza Tahrir i manifestanti non desistono e continuano a chiedere le dimissioni di Mubarak. Lavora dunque alla transizione, Suleiman, e la novità è che ora i Fratelli musulmani fanno parte del tavolo chiamato a lavorare sulle riforme. Prima tra tutte, come cambiare la Costituzione per permettere a nuove forze politiche di presentarsi alle elezioni. Oltre ad una serie di richieste ritenute inderogabili dal popolo dei manifestanti: la garanzia della libertà d’informazione e il rilascio degli oppositori. La Farnesina, come tutti i governi occidentali, tiene gli occhi aperti, per adeguare la comprensione dello scenario al mutevole contesto non solo egiziano. «Mubarak rimarrà in carica sino alla scadenza del suo mandato e non oltre, non mi pare ci siano più dubbi su questo» dice al sussidiario Franco Frattini, ministro degli Esteri. L’Italia non appoggia nessun regime ma non può chiudere gli occhi di fronte alle esigenze della stabilità e al significato che ha avuto l’Egitto per l’intera area mediorientale. «Pesa l’indecisione dell’Europa - afferma il ministro -. Non ci si rende conto che il laicismo esasperato mina la credibilità dell’Unione». Ministro, alcuni manifestanti egiziani hanno accusato l’Italia di essere stata tra quanti hanno appoggiato il regime di Mubarak. Che cosa risponde a questa affermazione? Rispondo che l’Italia è profondamente amica del popolo egiziano, e che fra i due Paesi sussistono legami profondi, secolari, tradottisi in una fitta rete di relazioni molto robuste, strutturate a tutti i livelli di cooperazione economica, culturale, scientifica, sociale. Accrescere il volume dell’interscambio e degli investimenti diretti, realizzare assieme importanti progetti culturali, promuovere gli scambi giovanili, sviluppare le infrastrutture, non significa “appoggiare un regime”, significa, piuttosto, lavorare seriamente per il benessere ed il progresso dei due popoli. Usare lo sviluppo per promuovere la pace, insomma. Sì. E, in questo contesto, non intendo certamente tralasciare la dimensione della cooperazione politica: il ruolo decisivo ed autorevole dell’Egitto nel promuovere in questi anni il processo di pace, lo sforzo per superare le fasi di stallo, è stato riconosciuto a Mubarak non soltanto dall’Italia, ma dall’intero Occidente e dai Paesi arabi. Al di là della dimensione bilaterale italo-egiziana, tengo a ricordare che l’Egitto di Mubarak è stato un punto di riferimento fondamentale per tutto il fronte arabo moderato, così come la pace fra Israele ed Egitto è stata un perno essenziale per le dinamiche del processo di pace. I rapporti positivi tra Italia ed Egitto sono il frutto delle posizioni dei governi in carica, o di ragioni economiche e strategiche che continueranno a sussistere anche con un cambio di regime?
Che l'EU riconosca o no di avere delle radici cristiane resta il fatto che nel "mondo arabo" spesso (non sempre) si identifichino, confondendoli, Cristianesimo e "civiltà occidentale", come anche l'On. Mauro ha accennato il mese scorso in un vs. editoriale. Quanto alla volontà, in seno alla EU, di sminuire le "radici cristiane" dell'Europa, penso che vi siano motivi sfaccettati. Penso che da parte di qualcuno non si voglia alimentare il rigetto anti-occidentale da parte degli "estremisti" non-cristiani. Teniamo presente che la "cultura" cristiana predominante in Europa è protestante più che cattolica: l'atteggiamento è molto diverso, e le frizioni sono alquanto impregnate di ideologia e pregiudizi annessi. Andate a nord delle Alpi e fateci sapere.
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