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SUDAN/ Mario Mauro: dalla Sharia al referendum, un sì che non placa gli scontri

Pubblicazione:mercoledì 9 febbraio 2011

Festeggiamenti in Sudan dopo la vittoria del Sì al referendum (Foto Ansa) Festeggiamenti in Sudan dopo la vittoria del Sì al referendum (Foto Ansa)

Ha vinto il Sì: con il referendum per l’autodeterminazione del Sud Sudan è stato portato a termine un percorso a ostacoli che pareva interminabile. Cerchiamo di capire come si è arrivati a questo punto e cosa dobbiamo aspettarci per il futuro prossimo del più esteso paese del “continente nero”.

 

Innanzitutto, è utile sottolineare come il Sudan, sebbene sia il Paese africano più vasto e con un territorio ricchissimo di materie prime, si trovi soltanto al 150° posto (su un totale di 177 paesi) negli indicatori di sviluppo. Instabile sin dall’indipendenza nel 1956, qui la legge militare ha sempre avuto il sopravvento.

 

Una combinazione distorta di fattori etnici, religiosi ed economici, qualche anno più tardi, ha fatto sì che il Sudan conoscesse un periodo di guerra civile durato circa 20 anni, fino al 2005. La guerra più lunga dell’ultimo secolo, dove le persone nate dopo l’indipendenza hanno conosciuto ben pochi intervalli di tregua.

 

Il Presidente Al Bashir guida la nazione dal colpo di Stato del 1989. Da subito ha dichiarato lo stato d’emergenza, mettendo al bando tutti i partiti d’opposizione, negando la libertà di espressione e obbligando tutti quanti al rispetto della Sharia.

 

Il conflitto è terminato con la firma di un “Comprehensive Peace Agreement” (Cpa), tra il Governo di Karthoum e il Movimento/esercito di liberazione del popolo sudanese. Il Cpa include disposizioni sulla condivisione delle ricchezze e del potere: una road map verso le elezioni democratiche e l’autodeterminazione del Sud.


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