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LIBIA/ Ecco perché le sanzioni economiche fanno il solletico a Gheddafi

Pubblicazione:venerdì 11 marzo 2011

Muammar Gheddafi (Foto Ansa) Muammar Gheddafi (Foto Ansa)

Per volume di investimenti libici all’estero segue la Gran Bretagna, dove, oltre a svariati beni mobili e immobili, persino la Pearson, editrice del Financial Times, era controllata per il 3% dalla Lia, così come l’istituto bancario britannico Standard Chartered. In Francia, Bnp Paribas; in Germania, la Siemens; in Austria, la Wienerberger, ovvero la più grande industria di mattoni al mondo: tutte società partecipate da fondi sovrani libici. Fondi che erano diretti anche verso il settore delle grandi multinazionali del petrolio come Royal Dutch e Bp, oltre all’Eni.

 

Il caos libico rischia quindi di trascinare dietro di sé quote consistenti di multinazionali europee, dal settore industriale a quello dei servizi finanziari, del quale la Libia si è servita dal 2003, anno in cui l’embargo internazionale a cui era sottoposta è venuto meno. Da quel momento, il regime libico e gli istituti a esso collegati hanno cominciato a investire in Occidente e prevalentemente nel Vecchio Continente, sfruttando le enormi disponibilità di liquidità derivanti dall’esportazione degli idrocarburi. Le grandi società europee, soprattutto negli ultimi anni segnati dalla crisi economica, hanno accolto a braccia aperte i libici nei propri consigli di amministrazione, come dimostra il caso dall’istituto bancario Unicredit.

 

Nonostante gli interessi in gioco siano cospicui, il congelamento dei beni libici investiti in Europa non porterà a stravolgimenti nel mercato comunitario. Ben altri sono i Paesi arabi con interessi ancora maggiori di Tripoli nel Vecchio Continente, come i Paesi del Golfo, ad esempio, per i quali si parla di investimenti pari a 1.500 miliardi di dollari. La minaccia pertanto non viene dal singolo caso libico, bensì dal rischio concreto che le rivolte si diffondano ad altri Paesi arabi, Arabia Saudita in primis. Ma anche Bahrain, Emirati Arabi, Oman e Kuwait dispongono di fondi sovrani potendo disporre di una bilancia commerciale in forte attivo grazie al petrolio e alle sue esportazioni.


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COMMENTI
13/03/2011 - VOGLIAMO UN'ITALIA NON SUCCUBE DELL'EUROPA (Vittorio Brambilla di Civesio)

L'italia che è il primo partner commerciale della Libia e quindi in una posizione strategicamente privilegiata, invece di prendere l'iniziativa sembra accodarsi alle decisioni altrui subendo passivamente la pressione di forze esterne (Francia e Gran Bretagna)che sostanzialmente hanno fomentato la rivolta per scalzarci dalla Libia (Unicredit, Eni, Finmeccanica, ecc.) per prendere il nostro posto. Aveva ragione l'on. Giovanardi quando ha affermato che piuttosto l'Europa dovrebbe preoccuparsi di ciò che accade in Iran. Per non cadere dalla padella nella brace suggerirei al Ministro Frattini e ai nostri parlamentari un viaggio a Tripoli, che nel bene o nel male resta il nostro interlocutore. Non ci interessano le sparate di Sarkozy e Cameron, e non vogliamo una dittatura di fondamentalisti islamici in stile Iran alle nostre porte, con l'Italia invasa dai profughi e con rischi per la nostra sussistenza e la presenza cristiana. Molti osservatori e politici non se ne sono neppure accorti ma sottilmente forze esterne hanno sferrato un attacco all'Italia e alla nostra economia che andava meglio della loro per danneggiarci! Agiamo subito prima che la Libia cambi interlocutore!