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LETTERA/ 1. Vi racconto di me e Taka, alle prese con il terremoto in Giappone

Foto Ansa Foto Ansa

Taka che il sabato deve lavorare (e anche io) se ne va via la mattina presto. Per fortuna i treni hanno ripreso a funzionare. Prima di uscire do un’occhiata alle notizie che si fanno via via più inquietanti. Tutti tramite passaparola via Facebook fanno girare link a video di tsunami o di scene di terremoto. Alla fine la scuola dove lavoro a titolo precauzionale ha deciso di tenere chiuso fino a domenica (ieri, ndr). Una cosa straordinaria per un Paese dove tutto funziona 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno.

 

Visto che mi avvisano in ritardo, mentre sono già in treno, una volta raggiunta Ikebukuro mi rendo conto che sebbene tutto sembri tornato alla normalità e i giapponesi nella loro fredda flemmaticità facciano un po’ finta di niente, qualcosa è diverso. In stazione qua e là si vedono salaryman (colletti bianchi) sonnecchiare sulle scale o in un angolo, segno che non hanno potuto tornare a casa; i treni vanno a regime ridotto (in effetti non so come ho fatto ad arrivare fino a Ikebukuro) e ci sono code sterminate di gente che attende pazientemente di entrare sulle banchine; qualche grande magazzino è chiuso probabilmente per riordinare le merci cascate dagli scaffali e nelle vetrine dei negozi di elettrodomestici (Ikebukuro ne è piena) si vedono nei tv di ultima generazione le immagini del disastro.

 

Tornando a casa passo dal supermercato per fare la spesa e gli scaffali sono semivuoti. I miei amici su Facebook postano anche loro le immagini dei conbini e dei supermercati presi d’assalto (o non riforniti?). Una cosa impensabile in un Paese dove il servizio al cliente è impeccabile e il consumismo è secondo solo agli Stati Uniti.

 

Complice anche un possibile disastro nella centrale nucleare di Fukushima, la gente si rifornisce di generi di prima necessità. Cosicché pane, acqua minerale, instant cup noodles (ramen e simili) che sono facilmente conservabili, sono spariti dagli scaffali. Secondo un’amica italiana che vive in Hokkaido (dove viene prodotta gran parte dei prodotti alimentari giapponesi), i camion non riescono ad attraversare la zona disastrata dallo tsunami e quindi ad approvvigionare i supermercati della capitale.