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MEDIO ORIENTE/ E ora le mire dell’Iran tolgono il sonno all’Arabia Saudita…

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Il fatto che le condizioni economiche delle popolazioni non siano particolarmente drammatiche in paesi come l’Arabia Saudita o il Sultanato dell’Oman, non ha costituito un freno allo sviluppo di una protesta contro la corruzione dei governi e la mancanza di diritti civili. Questi regimi potrebbero ovviamente non cadere, forti anche di eserciti mercenari che difficilmente volterebbero le spalle a governi da cui dipende nulla più che il loro salario (differentemente da quel che è successo in Tunisia o in Egitto) e dell’appoggio dei paesi occidentali che temono una nuova crisi petrolifera e la sicurezza dei loro interessi nella regione; tuttavia, quello che sembra ormai di giorno in giorno più evidente è che il modello dello “Stato-rendita” non potrà più sopravvivere in un contesto in cui la società chiede di non voler essere più legata al regime da un rapporto di sudditanza, bensì di rappresentanza.

 

C’è però la seconda dinamica caratterizzante le rivoluzioni del Golfo e che, nei mesi a venire, costituirà probabilmente la sfida più ardua per queste monarchie: la conformazione delle rivolte si sta plasmando sull’asse di opposizione tra sunniti e sciiti, secondo una traiettoria per cui il presupposto iniziale della protesta - la rivendicazione di democrazia e libertà - viene fagocitata dalla preponderanza della tensione interconfessionale. Il caso più eclatante è quello del Barhein, paese in cui la dinastia sunnita di Al Khalifa governa su una popolazione che per circa il 70 percento è di confessione sciita. Ma l’esito ultimo di tutto ciò - quello che maggiormente inquieta il sonno di Ryad e Washington - è in realtà la potenziale confluenza del conflitto all’interno del confronto più annunciato degli ultimi decenni, ovvero quello tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Non a caso il gigante saudita, con la benedizione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha inviato oltre mille soldati in soccorso del regime amico del Barhein per far fronte alle rivolte; ed è chiaro che, attraverso la protesta sempre più marchiata dall’identità confessionale, il vero pericolo che gli Stati del Golfo intravedono e temono è il regime degli Ayatollah.



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