BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IRLANDA/ John Waters: dopo il voto, il futuro si gioca ancora con l’Ue?

Enda Kenny, leader del Fine Gael (Foto Ansa) Enda Kenny, leader del Fine Gael (Foto Ansa)

Un altro aspetto interessante dei risultati è che, sebbene il numero di candidati radicali e di tendenze sinistrorse sia il più alto mai verificato, è improbabile che costoro abbiano qualche ruolo nel prossimo governo. Nonostante tutta la campagna sia stata all’insegna delle preoccupazioni suscitate dal recente accordo finanziario del governo uscente con il Fondo monetario internazionale e la Banca Centrale Europea, sul quale vi è una diffusa sensazione di essere stati traditi, i risultati sembrano indicare un voto in favore di una rinegoziazione e non di un esplicito rifiuto dell’accordo.

 

È però possibile leggervi anche un sostrato più profondo. Alcuni dei candidati indipendenti di maggior successo e il Sinn Féin, finora uno dei partiti più piccoli ma che ha triplicato i suoi voti, hanno sostenuto la linea della completa rinegoziazione e del rifiuto del debito derivante dal collasso del sistema bancario irlandese. Il manifesto elettorale potrebbe essere ridotto ad una sola frase: “Al rogo gli obbligazionisti!”. Tuttavia, anche se il Sinn Féin e una variopinta collezione di indipendenti saranno un elemento molto attivo della prossima opposizione parlamentare, difficilmente riusciranno a imporre le loro posizioni. Rappresenteranno però una chiara e coerente prospettiva alternativa su cui misurare l’approccio, presumibilmente più conservatore, del prossimo governo.

 

Vi sono già commentatori che si lamentano per la rinuncia dell’elettorato a scelte più radicali, ma ciò è accaduto in tutte le elezioni. Ogni nuovo modello viene analizzato come indicazione di spostamento a sinistra o a destra. La verità è che gli irlandesi, istintivamente, non ricercano alternative ideologiche, ma un’espressione politica dei loro desideri profondi per se stessi e per i loro figli. In questo caso, sembrerebbero aver deciso di dare un’altra possibilità ai moderati, prima di cercare alternative.

 

Sul piano politico, si potrebbe dire che questi risultati sono per molti versi provvisori e potrebbero portare a risultati più, o meno, radicali a seconda di ciò che succederà d’ora in poi. Se il nuovo governo non riuscirà a ribaltare la situazione economica e a sanare le ferite del trauma di questi ultimi tre anni, allora le prossime elezioni, al massimo tra cinque anni, finiranno per cancellare le parti politiche eredi della guerra civile, che hanno dominato la scena fin dagli anni ‘20. L’elevato voto in favore di candidati indipendenti radicali può rappresentare in molti casi non tanto la scelta per un nuovo radicalismo, quanto la speranza che possano dar voce alla frustrazione di un Paese convinto che i suoi politici siano spesso più interessati ad apparire “rispettabili” in Europa che non a rappresentarvi i bisogni e i desideri dei loro concittadini.