BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LIBIA/ Quella "frittata" americana che può solo far male all'Italia

Pubblicazione:

Hillary Clinton (Foto Ansa)  Hillary Clinton (Foto Ansa)

Al di là della pur urgente fase del “pronto soccorso”, adesso è più che mai il caso che il nostro governo mantenga il sangue freddo e cominci davvero a promuovere un grande piano euro-mediterraneo di sviluppo condiviso: una politica che l’Italia avrebbe dovuto fare almeno da almeno quindici - vent’anni a questa parte, e che invece nessun governo di Roma ha mai fatto: non l’attuale, ma nemmeno i governi di centro-sinistra che l’hanno preceduto.

 

Con la sua purtroppo consueta incapacità di fare un uso ben graduato della propria grande forza, il governo di Washington ha ordinato il “congelamento” di tutti i depositi e gli investimenti libici negli Usa, pari a oltre 30 miliardi di dollari, senza distinguere tra beni personali di Gheddafi e dei suoi familiari e beni della Repubblica di Libia o di altri soggetti. Tale blocco va perciò anche a colpire la Libyan Investment Authority, il “fondo sovrano” libico che detiene tra l’altro quote importanti del capitale di grandi aziende italiane tra cui il gruppo bancario Unicredit e la Fiat. Quest’ultima, come si sa, è poi divenuta  oggi una parte, e non la parte maggiore (anche se l’Italia ufficiale fa finta che non sia così), del gruppo Chrysler/Fiat, il cui più importante azionista è - ironia della sorte - il governo degli Stati Uniti.

 

Fatta la frittata, adesso in molte segrete stanze a Washington e altrove ci si sta grattando la pera per vedere come evitare da un lato che il “congelamento” si vanifichi, ma dall’altro che tale blocco indiscriminato non finisca per ritorcersi contro lo stesso governo americano e contro la già non brillante economia del nostro Paese. Stando così le cose, il sottosegretario di Stato Hillary Clinton, seguendo anche il consiglio del premier britannico David Cameron, ha avanzato l’ipotesi di imporre al governo di Tripoli una “no-fly zone”, ovvero un blocco dello spazio aereo sulle regioni che sono sfuggite al suo controllo.

 

È la ripresa di una formula che nell’Iraq di Saddam Hussein consentì al Kurdistan di sottrarsi di fatto alla sovranità del governo di Bagdad. In forza di esso infatti le potenze che lo proclamano si assumono in esclusiva il diritto di pattugliare lo spazio aereo oggetto del blocco, il che serve non tanto a impedirne il sorvolo da parte degli aerei governativi (che in casi del genere o non ci sono più, o comunque non sono più in grado di muoversi) quando a precludere alle forze terrestri governative l’accesso o anche solo la permanenza sul territorio sottostante la “no-fly zone”. È dunque possibile, anche se adesso è ancora troppo presto per poterne essere certi, che gli Stati Uniti puntino a patrocinare un distacco de facto della Cirenaica, dove la rivolta nata ed ha avuto pieno successo, dalla Tripolitania, dove se non Gheddafi in persona quantomeno un regime per così dire “gheddafiano” potrebbe in qualche modo continuare.



  PAG. SUCC. >