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LIBIA/ Quella "frittata" americana che può solo far male all'Italia

Pubblicazione:mercoledì 2 marzo 2011

Hillary Clinton (Foto Ansa) Hillary Clinton (Foto Ansa)

Ancora una volta insomma come già troppe altre volte è accaduto (cominciando dal Medio Oriente alla fine della Prima guerra mondiale per arrivare all’Afghanistan all’inizio di questo secolo), l’intervento delle potenze nordatlantiche in un’area di crisi la trasformerebbe in un’area di instabilità permanente. Non è questo l’interesse di un Paese come l’Italia, e nemmeno dell’Unione Europea nel suo insieme, anche se il Nordeuropa non se ne rende finora conto. Grazie al suo fitto intreccio di relazioni con la Libia e con i libici, come già ho scritto in questi giorni, l’Italia ha molte carte da giocare per far sì che fra qualche mese non si debba mestamente concludere che in Libia si stava meglio quando si stava peggio. Speriamo che le usi.

 

La riva Sud del Mediterraneo ha due pilastri: a levante l’Egitto, 78 milioni di abitanti e 2450 dollari di reddito pro capite annuo, e a ponente l’Algeria, oltre 34 milioni di abitanti e circa 4030 dollari di reddito pro capite. Ci sarebbe da preoccuparsi veramente solo se l’Egitto e l’Algeria sprofondassero nel caos: un’eventualità che per il momento si può escludere. Con i suoi oltre 9.500 dollari di reddito pro capite la Libia è sì il paese più ricco del Nordafrica, ma con soltanto poco più di cinque milioni e mezzo di abitanti, un territorio enorme (1.775.500 kmq) che non è in grado di controllare effettivamente e un’assoluta dipendenza dalle esportazioni di idrocarburi, malgrado tutte le attuali tragiche turbolenze, non soltanto a lungo ma anche a medio termine non potrà che tendere alla stabilizzazione. Un processo che beninteso sarà tanto più rapido quanto più l’Italia, principale interlocutore europeo della Libia, saprà assecondarlo. In tale prospettiva occorre però evitare di rifare l’errore dell’“intervento umanitario” ...a mano armata che provocherebbe in Libia squilibri poi ben difficilmente rimediabili, e causerebbe inoltre contraccolpi incontrollabili nei Paesi con cui essa confina, l’Egitto e la Tunisia, entrambi impegnati in un’ardua fase di  transizione da un vecchio regime autoritario a qualcosa di nuovo che ci si augura sia anche qualcosa di meglio.

 

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