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Esteri

LIBIA/ Tutte le paure (giustificate?) di Israele

Israele guarda al volgersi degli eventi in Libia nel timore – spiega ANDREA AVVEDUTO - che qualunque piega dovessero prendere, saranno i suoi abitanti a pagare il prezzo più alto.

Foto AnsaFoto Ansa

“Sarà Israele a pagare il conto per l’attacco alla Libia?”. E’ la domanda ricorrente che apre le prime pagine dei quotidiani israeliani in questi giorni. Le grandi firme del Jerusalem Post, di Haretz e delle testate ebraiche si interrogano – e si dividono - sugli imprevedibili sviluppi di questo strano conflitto.

C’è chi preferisce rinchiudersi nella paura della mezzaluna – anche alla luce del referendum in Egitto – e chi preferisce puntare il dito contro il primo ministro, accusato di aver aumentato l’odio degli Arabi verso il Paese. Progressisti e conservatori corrono alla caccia del nemico. Da sempre, perche’ un nemico, comunque, c’è.

Che Israele fosse da sempre uno Stato affetto da  ipocondria è risaputo. Ammalato incurabile da una strana sindrome di accerchiamento. Ma al di là dell’abile retorica che riempie le pagine della stampa e confonde l’opinione pubblica, le incognite del caso libico (e soprattutto della mala gestio europea) si fanno ogni giorno più pressanti. Gheddafi non è mai stato amico di Israele, anzi più volte ha dichiarato di volere un medioriente senza ebrei. E caduto Mubarak, l’unico alleato della zona, può anche essere che il progetto antisionista capeggiato dall’Iran abbia preoccupato non poco la Knesset.

Benjamin Netanyahu ha tenuto un riserbo pressoché totale su questa vicenda e solo ieri, messo alle strette dalle domande dei giornalisti, ha detto – quasi da spettatore e non da presidente – quello che normalmente potremmo sentire al bar: «Gheddafi non è sicuramente un amico di Israele. Non è amico degli ebrei. E penso che  - adesso il suo popolo se n’è acccorto – non sia nemmeno amico dei suoi concittadini. Questo è un uomo cha ha compiuto cose orribili. Non penso che a qualcuno dispiacerebbe se lasciasse la guida del paese. Certamente a me no».