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LIBIA/ 1. Biloslavo: qui a Tripoli i missili "aiutano" Gheddafi e la gente muore per lui

Pubblicazione:giovedì 24 marzo 2011

Sostenitori di Gheddafi (Foto Ansa) Sostenitori di Gheddafi (Foto Ansa)

E’ difficile parlare di maggioranze, almeno in questa fase. Quello che è certo è che molta gente sta con Gheddafi, sono suoi sostenitori convinti, e non si tratta soltanto di propaganda. Quando scendono a fare gli scudi umani a Bab al Azizya, la cittadella fortificata del Colonnello, nessuno li costringe a farlo né tantomeno punta delle baionette alle loro spalle.

 

E allora perché lo fanno?

 

Credono nel Colonnello e nel suo regime, che è durato per oltre 40 anni. A chi chiede loro perché, rispondono che Gheddafi rappresenta la rivoluzione e lo chiamano «il Fratello leader», o «il Fratello numero uno». Sostengono che prima delle rivolte la Libia era sicura, si stava bene, c’era moltissimo petrolio, e che adesso invece c’è il caos. Inoltre c’è molto timore per quello che può accadere dopo un’eventuale caduta del regime.

 

Che cosa ne pensa dell’intervento occidentale in Libia e in particolare dell’atteggiamento della Francia?

 

E’ un intervento pieno di contraddizioni. Fino a pochi giorni fa avevamo venduto la pelle dell’orso prima di averlo catturato: pensavamo cioè che Gheddafi fosse spacciato, e invece non era affatto così. Poi le forze occidentali si sono mobilitate all’ultimo momento, quando il regime stava per conquistare Bengasi, la roccaforte dei ribelli. Non credo comunque che questo intervento riuscirà a portare a risultati significativi, di certo non condurrà a una svolta nella crisi libica.

 

Perché ne è così sicuro?

 

Gheddafi se la ride dei missili, anzi li sfrutta per la sua propaganda. E finora non abbiamo assistito a segnali interni che facciano pensare che il Colonnello farà una fine paragonabile a quella di Ceausescu. La prospettiva più verosimile è che la situazione si cristallizzi, con l’est che resterà in mano ai ribelli e l’ovest ai governativi. Ma di certo Gheddafi non sarà esautorato, almeno per il momento.

 

Qual è la percezione della popolazione libica nei confronti dei raid occidentali?


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COMMENTI
24/03/2011 - llibia1 (selvino beccari)

Anche le vicende della politica devono essere lette con il cuore.Premessa.Avevo la presunzione di conoscere gli arabi islamici perchè per ragioni di lavoro sono in rapporto con un ampio panorama di soggetti, dal povero immigrato ai limiti di tutto, all' immigrato con famiglia inserito nel mondo del lavoro, all' imprenditore intraprendente fino al soggetto che riveste cariche istituzionali.Il mio giudizio era di grande preoccupazione; non v' era soluzione che mi convincesse tra le tante sperimentate in europa.Quando ho letto su Tracce del meeting al Cairo, non capivo il senso di quello che leggevo.Un vero colpo è stato quello che ho subito partecipando il 14 marzo ad un incontro organizzato da Enrico Castelli a Varese sul tema delle rivolte nei paesi arabi, ho capito che vi era un' altra lettura rispetto a quella misera che mi ero dato conoscendo quel mondo manon capendo: la storia è sempre storia del cuore che s' afferma.Certo, il contesto,l' alto livello d' istruzione, la giovane età, ma poi sempre il cuore. Quindi con questa chiave ragionavo delle rivolte in Libia, con ansia leggevo della repressione.Così quando l'ONU si è decisa non ho pensato agli interessi di questo o quello stato.Nè aquelli che avrebbero potutoguadagnarci nè aquelli che avrebbero perso posizini.Ho pregato che non ci fosse un tributo di sangue per imporre le ragioni del cuore,ho pensato al male minore perchè l' alternativa sarebbestata la repressione brutale.

RISPOSTA:

Gentile lettore, di fronte a una realtà complessa e spesso indecifrabile come le rivolte in Medio Oriente, c’è un errore che va evitato più di altri: quello di sparare nel mucchio. E’ esattamente quello che stanno facendo i caccia francesi, che senza troppi distinguo rovesciano le bombe sulla testa della popolazione libica. Come spiega Biloslavo, tra i ribelli anti-Gheddafi si mescolano sinceri sostenitori della democrazia, terroristi e interessi poco chiari. Una realtà che, come dice lei, va letta «con il cuore», ma anche con la testa. Proprio per questo, anche tra le proteste in Egitto e quelle in Libia vanno fatte alcune distinzioni. L’impatto visivo da questo punto di vista aiuta: l’energia piena di calma dei manifestanti di piazza Tahrir è almeno in parte diversa rispetto ai rivoltosi libici, che sparacchiano raffiche di kalashnikov contro le immagini del Colonnello invece di conservare le munizioni per difendersi. Pietro Vernizzi