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Esteri

LIBIA/ 1. Biloslavo: qui a Tripoli i missili "aiutano" Gheddafi e la gente muore per lui

Sostenitori di Gheddafi (Foto Ansa)Sostenitori di Gheddafi (Foto Ansa)

Sono avvertiti come un’«ingerenza esterna», è questo il termine che ho sentito usare a Tripoli negli ultimi giorni. Ce l’hanno soprattutto con i francesi di Sarkozy e con gli americani di Obama. Un po’ meno con gli italiani, nei nostri confronti c’è soprattutto stupore: non si aspettavano che partecipassimo a questo attacco. E’ come se non avessero ancora elaborato quello che è successo.

 

C’è il rischio che l’intervento occidentale trasformi la Libia in un altro Afghanistan?

 

Il rischio non è tanto questo, quanto piuttosto il fatto che il regime non accetta la divisione in due della Libia. Quindi vedremo scorrere ancora molto sangue nel Paese. Un cambiamento è inevitabile, lo ha detto lo stesso figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, ma di sicuro non avverrà in tempi brevi.

 

I ribelli sono in grado di esprimere una figura in grado di porsi come alternativa rispetto a Gheddafi?

 

No, i ribelli sono ancora una forza molto variegata. Ne fanno parte delle realtà molto eterogenee, da quella che in Occidente chiameremmo «società civile» ai Fratelli musulmani, i militari dell’esercito che hanno disertato, gli ex ministri di Gheddafi e delle piccole cellule terroristiche. Non dico con questo che ci sia un pericolo particolarmente grande che Al Qaeda prenda il potere nel Paese, quello che è certo però è che in mezzo ai ribelli ci sono anche i terroristi. Si tratta quindi di un’opposizione arcobaleno, all’interno della quale nessun elemento assume un particolare rilievo rispetto agli altri.

 

Quali sono i principali problemi per i giornalisti occidentali presenti a Tripoli?

 

La situazione è molto difficile, soprattutto dall’inizio dei bombardamenti non è più consigliabile girare da soli per la città. Prima cercavo di essere il più autonomo possibile nei miei spostamenti, ma adesso non è assolutamente più salutare e quindi siamo vincolati alle scelte del ministero dell’Informazione e alla sua volontà di farci vedere o meno quello che accade. E’ molto difficile quindi renderci conto per esempio di quali sono gli effetti reali dei bombardamenti sulla città.

 

Chi fa più disinformazione, Gheddafi o i ribelli?

 

Entrambi la fanno a pieno ritmo, continuano a circolare notizie non controllabili, tutto dicono tutto e il contrario di tutto. Quella che si sta combattendo in Libia è una guerra vera, su tre fronti: gli attacchi aerei degli alleati, il conflitto civile sul terreno e la guerra della disinformazione che cerca di trasformare le caratteristiche di quello che sta avvenendo.

 

(Pietro Vernizzi)


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COMMENTI
24/03/2011 - llibia1 (selvino beccari)

Anche le vicende della politica devono essere lette con il cuore.Premessa.Avevo la presunzione di conoscere gli arabi islamici perchè per ragioni di lavoro sono in rapporto con un ampio panorama di soggetti, dal povero immigrato ai limiti di tutto, all' immigrato con famiglia inserito nel mondo del lavoro, all' imprenditore intraprendente fino al soggetto che riveste cariche istituzionali.Il mio giudizio era di grande preoccupazione; non v' era soluzione che mi convincesse tra le tante sperimentate in europa.Quando ho letto su Tracce del meeting al Cairo, non capivo il senso di quello che leggevo.Un vero colpo è stato quello che ho subito partecipando il 14 marzo ad un incontro organizzato da Enrico Castelli a Varese sul tema delle rivolte nei paesi arabi, ho capito che vi era un' altra lettura rispetto a quella misera che mi ero dato conoscendo quel mondo manon capendo: la storia è sempre storia del cuore che s' afferma.Certo, il contesto,l' alto livello d' istruzione, la giovane età, ma poi sempre il cuore. Quindi con questa chiave ragionavo delle rivolte in Libia, con ansia leggevo della repressione.Così quando l'ONU si è decisa non ho pensato agli interessi di questo o quello stato.Nè aquelli che avrebbero potutoguadagnarci nè aquelli che avrebbero perso posizini.Ho pregato che non ci fosse un tributo di sangue per imporre le ragioni del cuore,ho pensato al male minore perchè l' alternativa sarebbestata la repressione brutale.

RISPOSTA:

Gentile lettore, di fronte a una realtà complessa e spesso indecifrabile come le rivolte in Medio Oriente, c’è un errore che va evitato più di altri: quello di sparare nel mucchio. E’ esattamente quello che stanno facendo i caccia francesi, che senza troppi distinguo rovesciano le bombe sulla testa della popolazione libica. Come spiega Biloslavo, tra i ribelli anti-Gheddafi si mescolano sinceri sostenitori della democrazia, terroristi e interessi poco chiari. Una realtà che, come dice lei, va letta «con il cuore», ma anche con la testa. Proprio per questo, anche tra le proteste in Egitto e quelle in Libia vanno fatte alcune distinzioni. L’impatto visivo da questo punto di vista aiuta: l’energia piena di calma dei manifestanti di piazza Tahrir è almeno in parte diversa rispetto ai rivoltosi libici, che sparacchiano raffiche di kalashnikov contro le immagini del Colonnello invece di conservare le munizioni per difendersi. Pietro Vernizzi