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AFRICA/ Impariamo da quel missionario che progettò la rigenerazione del Continente Nero

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Ma la figura di Comboni ha da dire soprattutto “due cosette” all'Occidente spaurito di oggi: il problema dell'Africa (e quindi delle migrazioni) lo si risolve con l'Africa e l'Africa lo può risolvere solo attraverso una cosa: Cristo. Cristo, la cultura e, di conseguenza, la civiltà che ne nasce. Una cultura che non cancella quella africana, ma, anzi, la valorizza. Una civiltà che sostiene il valore assoluto della persona, proprio perché la concepisce legata direttamente al Creatore. A guardare bene, anche per la nostra Europa è accaduto così: il cristianesimo ha, prima, mitigato gli aspetti più disumani della società romana, ed ha portato, poi, alla piena civilizzazione delle popolazioni barbariche provenienti dal nord.

Fu proprio sulla tomba di san Pietro, in  Vaticano, che nel 1854 Comboni ebbe l'ispirazione per il suo Piano per la rigenerazione dell'Africa: in sintesi, il Piano prevedeva di stabilire dei punti di contatto lungo la costa africana, dove i missionari europei e quelli africani si sarebbero potuti incontrare e sopravvivere. I primi, in questi centri, sarebbero stati incaricati della formazione dei secondi. Così, con il tempo, gli stessi africani avrebbero fondato delle missioni all'interno del continente. “Salvare l'Africa con l'Africa”, questa era la “politica” del Comboni: per questo ha pianificato, per primo nella storia, la fondazione in Africa di opere educative per ragazzi e ragazze: licei, scuole di arti e mestieri, seminari e, addirittura, università. Per formare la base di una futura società civile africana. Il Piano venne approvato da Pio IX e “funzionò”; ancora oggi viene portato avanti dai missionari comboniani.

Se un giudizio è emerso dal convegno veronese, ebbene, è proprio questo: per salvare l'Africa non servono le politiche a base di preservativo e aiuti umanitari; l'Africa si salva con l'educazione. E la fede. Come l'Italia. Lo ha potuto testimoniare a Verona anche Rose Busingye, “vecchia conoscenza” del Meeting di Rimini, ugandese, infermiera professionale che si  prende cura di qualcosa come 2mila malati di Aids e 2500 orfani tramite la Meeting Point Association di Kampala, una realtà che ha fondato nel 1992 e che tuttora dirige.


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