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SIRIA/ I militari scelgono Assad e allontanano la "primavera araba"

Perché in Siria il regime di Assad molto difficilmente seguirà le sorti di Mubarak in Egitto e di Ben Ali in Tunisia? Non è solo questione di petrolio. Il commento di MARINA CALCULLI

Disordini a Damasco, fermo immagine da Sky tg24 (foto ANSA) Disordini a Damasco, fermo immagine da Sky tg24 (foto ANSA)

È stata forse un po’ precoce e sfacciatamente imprudente la retorica del regime siriano che, nel corso degli ultimi due mesi, mentre vedeva esplodere le piazze e implodere i regimi dei paesi arabi limitrofi, lodava il suo modello statuale e il successo del suo governo, sentendosi ormai al sicuro dall’effetto contagio della primavera araba. In realtà solo una mancata sincronia con le altre rivolte ha potuto dare per poco tempo al regime l’illusione che la straordinaria ondata di contestazioni regionali non riguardasse anche il suo governo. Ad osservare il quadro in prospettiva strutturale, infatti, il regime di Bashar al-Assad, al pari di quello di Mubarak, di Ben Ali, di Gheddafi e di tutti gli altri, non è privo di quel marchio di illegittimità del potere, che - non dimentichiamo - è il fattore fondamentale per cui le rivolte in tutto il mondo arabo si sono potute innescare.
Eletto nel luglio 2000 con un referendum confermativo, il rais siriano ha ereditato il potere che suo padre Hafez aveva assunto nel 1962 con un colpo di Stato militare. Anche qui la storia è simile a quella degli altri regimi arabi, con cui peraltro il governo Assad condivide una sorprendente longevità del mandato; quest’ultima per di più è stata assicurata da quel tipico rapporto clientelare tra la testa del potere e i ceti detentori del monopolio economico e militare che ha caratterizzato tutti gli stati arabi degli ultimi 50-60 anni.
Da una parte è sicuramente vero che il presidente siriano è stato in grado di conquistarsi negli ultimi anni una certa popolarità tra alcune frange della popolazione - come hanno dimostrato d’altra parte le sporadiche manifestazioni pro-governative che negli ultimi giorni hanno fatto da contraltare ai gruppi dei rivoltosi. Eppure il regime sapeva bene che il malessere di natura squisitamente sociale ed economica - e che, non dimentichiamo, ha rappresentato la miccia esplosiva di tutte le recenti rivolte arabe - non era affatto estraneo al contesto siriano. Il fattore strutturante di quest’ondata rivoluzionaria è stato infatti il mix esplosivo fatto di un tasso di disoccupazione crescente e sempre più diffuso nella fascia della popolazione tra i 20 e i 30 anni, una consistente crescita demografica di fronte a cui i vari governi si sono ritrovati drammaticamente impreparati ed un’imbarazzante carenza di politiche redistributive dovute per di più alla corruzione fagocitante e al clientelismo dei ceti dirigenti dei vari regimi.