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SIRIA/ I militari scelgono Assad e allontanano la "primavera araba"

Disordini a Damasco, fermo immagine da Sky tg24 (foto ANSA) Disordini a Damasco, fermo immagine da Sky tg24 (foto ANSA)

In Siria tutto ciò è stato catalizzato dai rapidissimi mutamenti climatici che hanno colpito nell’ultimo decennio il settore agricolo, fino agli anni ottanta rappresentante il 25 per cento dell’economia del paese, e alla progressiva diminuzione delle rendite petrolifere. Il governo di Assad, a partire soprattutto dal 2005, ha incentivato con discreto successo una certa liberalizzazione economica. L’apertura del mercato tuttavia non è andata di pari passo con un arretramento della presenza dello Stato nell’economia e del monopolio economico delle élites affiliate al regime. E questo ha fatto sì che il quadro dei clivages sociali restasse sostanzialmente immutato, secondo una declinazione che ci appare molto simile a quella dispiegatasi nell’Egitto di Mubarak o nella Tunisia di Ben Ali.
Possiamo dunque ipotizzare che il regime di Bashar al-Assad segua la sorte dei due solitari rais che hanno lasciato per primi la poltrona del potere travolti da quest’ondata rivoluzionaria? Se è certo difficile prevedere quali possano essere gli esiti di una realtà in costante mutamento e piena di colpi di scena, ci sono almeno due caratteristiche del regime siriano che fanno da deterrente ad un crollo, per lo meno imminente, di Assad. La prima risiede nel fatto che il reclutamento delle élites del potere sia stato declinato, fin dal 1962, sul criterio confessionale - per appartenenza, cioè, alla setta religiosa della famiglia Assad, quella degli Alawiti, che rappresenta non più del 10 per cento della popolazione. Questo riguarda in particolare le forze militari. Se pensiamo al contesto egiziano o tunisino è importante prender coscienza del fatto che, se i rispettivi eserciti non avessero preso in braccio le folle voltando le spalle ai regimi, difficilmente avremmo visto sgretolarsi da un giorno all’altro le immagini di due forme di potere così longeve e forti. Ma in entrambi i casi i militari avevano tutto da guadagnare: appoggiare la popolazione in rivolta era infatti l’unico mezzo per assicurarsi una continuità di potere e privilegi di cui godevano da mezzo secolo. Ne caso siriano la situazione appare invece perfettamente capovolta. Le élites militari alawite sanno bene che, in un contesto di frammentazione confessionale e sociale come è quello della Siria, se il governo dovesse cadere, la loro setta religiosa sarebbe duramente ostracizzata da qualsiasi futuro governo e loro perderebbero da un giorno all’altro le enormi fortune che il governo attuale ha loro permesso di accumulare.