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IMMIGRATI/ Mille sbarchi a Lampedusa: emergenza tra solidarietà e collasso

Sbarchi a Lampedusa Sbarchi a Lampedusa

Il problema si fa tragico quando, oltre a violare l’appartenenza, rendendola promiscua, si accompagna assoluta la necessità dì alimentarsi per vivere. Quando la divisione imposta dalla presenza di estranei alla stessa mensa (spartizione del pane), costringe gli “aventi diritto” (tale si considera l’indigeno) a limitare la sua alimentazione per condividerla con i nuovi “intrusi”, si porrà necessariamente il principio della “Mors tua vita mea” prevarrà sulle belle parole predicate dai politicanti missionari del “Siamo tutti fratelli”.

Non senza escludere il diritto naturale che attribuisce a ciascun uomo la facoltà di autodifendersi quando la propria vita è in periglio. Gli sbarchi che si stanno susseguendo in queste ore sulle coste italiane, di migliaia di diseredati inseguiti dalla guerra, può condizionare la necessità di fermarli prima che la catastrofe ci travolga tutti? Pane, acqua , servizi, case, assistenza, lavoro, ecc., elementi indispensabili per la collettività invasa dai diseredati, possono essere aspramente contesi in omaggio alla fratellanza trasformatasi in invasione? È necessario che gli Stati – cui compete il dovere di tutelare le appartenenze statuali – si facciano promotori di quelle azioni che dando sostegno agli infelici in fuga, consenta loro di restare il Patria a curare le disuguaglianze sociali determinate da satrapie e dittature troppo a lungo consentite.

Abbiamo il dovere di essere filantropici (non siamo razzisti né sciovinisti), ma prima di ogni altro abbiamo il dovere di considerare la nostra sopravvivenza tutela imprescindibile verso di noi e verso i nostri figli.


(Celestino Ferraro, lettore)

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