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LIBIA/ Parsi: un intervento Nato è pura follia, solo la Lega araba può "fermare" Gheddafi

Pubblicazione:martedì 8 marzo 2011

Ribelli in Libia Ribelli in Libia

No. Credo che la cosa più probabile che potremmo aspettarci dopo un’eventuale caduta di Gheddafi sia nel breve periodo una situazione di incertezza, e poi il ristabilimento di una qualche forma d’ordine. I responsabili dei clan e delle tribù potrebbero mettersi insieme dare luogo a una sorta di Loya Jirga afghana, cioè una grande assemblea creata su base confederativa.

 

La condanna di Gheddafi da parte di Obama è sincera o è basata sull’opportunismo?

 

Nessuno, immagino neanche Berlusconi, ha simpatia per Gheddafi. Ma essendo il nostro dirimpettaio, con lui bene o male si doveva trattare. E lo stesso vale anche per gli americani. Un altro conto è ora che Gheddafi ha superato il limite del buonsenso. La scelta Usa di chiedergli una resa incondizionata, con tanto di processo a lui e ai suoi familiari e di confisca dei beni, equivaleva a dirgli: «Combatti fino alla morte». Ed è proprio quello che farà. Ecco perché non è stata un’idea, diciamo, geniale.

 

Da un punto di vista sociale la Libia assomiglia di più all’Egitto o all’Afghanistan?

 

La Libia non ha sicuramente la stessa complicazione etnica dell’Afghanistan. Le tribù libiche sono tutte arabe, e di popolazioni che parlano la stessa lingua. Certo Cirenaica e Tripolitania sono differenti, la Libia è un’invenzione a tavolino, ma se è per questo lo è anche il Belgio che pure non ha mai avuto una guerra civile. Inoltre in Libia non c’è quell’Islam particolarmente aggressivo tipico dell’Asia. Rispetto all’Egitto la grande differenza è che non ci sono istituzioni politiche. Sotto Mubarak c’era uno Stato che, come espressione di una società evoluta e progredita, era un modello per il mondo arabo ancora nell’Ottocento. La Libia è tutt’altro: un Paese molto più povero, rozzo e primitivo, che 40 anni di Jamahiriya hanno azzerato dal punto di vista istituzionale trasformandolo in una società di persone che vivono sostanzialmente dell’elemosina, magari generosa, del regime.

 

(Pietro Vernizzi)

 



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