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Esteri

LIBIA/ Clan e petrolio "decidono" il futuro, mentre Cina e UK allungano le mani...

Il futuro della Libia, spiega ARTURO VARVELLI, dipende dall’organizzazione a clan e dal petrolio. In questa partita, Gran Bretagna e Cina si stanno già muovendo, e l’Italia?

Manifestanti a Tobruk in Libia (Foto Ansa)Manifestanti a Tobruk in Libia (Foto Ansa)

Il temporaneo esito della crisi libica, con un paese in guerra, di fatto diviso in due tra le zone controllate dai rivoltosi e quelle ancora sotto il controllo del regime di Muammar Gheddafi, apre scenari politici difficilmente prevedibili, ponendo allo stesso tempo rilevanti interrogativi sugli interessi dell’Italia e degli altri paesi occidentali.

Le proteste scaturite nel paese a cominciare dal 17 febbraio scorso “giornata della collera” hanno condotto a insurrezioni in varie città. La totalità della Cirenaica è passata nelle mani degli insorti, mentre la Tripolitania è rimasta in buona parte sotto controllo del regime. Alcune sacche di resistenza, essenzialmente nelle città di Zawia e Misurata, sono state isolate dalle forze dell’esercito libico. Nei giorni successivi al 17 sino ad oggi, prima il tentativo di ulteriori rivolte, poi quello della riconquista di alcune aree strategiche da parte di Gheddafi, Sirte e Marsa El-Brega in particolare, hanno condotto all’attuale situazione di stallo tra le due forze in un più ampio contesto di guerra civile.  In queste ultime ore gli insorti confermano l'apertura e l'immediata chiusura di contatti con il regime mentre Tripoli smentisce e parla di notizie "spazzatura" raccontate dai media di tutto il mondo. Quello che sta accadendo in queste ore è avvolto nel mistero, poche sono le dichiarazioni ufficiali.

La disponibilità di mezzi militari e finanziari, il supporto di buona parte dei clan della Tripolitania e del Fezzan, congiuntamente alla debolezza e disorganizzazione degli insorti, permette a Gheddafi di resistere. La storica frattura tra la Tripolitania, che è parte del Maghreb (l’Occidente arabo), e la Cirenaica collegata invece all’Egitto e oltre al Mashrek (l’Oriente arabo) sembra riemergere, nonostante tutti i tentativi compiuti da Gheddafi per neutralizzarla all’interno di un’unica nazione libica. Il rischio è che, se il regime di Gheddafi non cadesse in tempi brevi, la crisi porti a una revisione della statualità del paese e sancisca la divisione tra le due regioni o ad una situazione di caos, con sovrapposizione di autorità e incertezza del controllo territoriale simile a quella della Somalia.

La Libia degli ultimi 41 anni (Gheddafi prese il potere il 1° settembre 1969) è stata una dittatura militare il cui regime, seppur capace di mantenere stabilità e continuità al paese, non ha garantito alcuna forma di opposizione politica, di dissenso organizzato, di libertà di stampa e molto spesso ha impedito ad associazioni interne o straniere di indagare o divulgare dati relativi alla condizione dei diritti civili e politici dei libici e dei cittadini stranieri, numerosi, presenti nel paese. Essendo le organizzazioni tribali o regionali del paese pienamente coinvolte nella redistribuzione del potere della ricchezza nazionale, tramite la forma dei comitati popolari all’interno della formula della Jamahiriya inventata da Gheddafi - è sempre stato difficile che si organizzassero per rappresentare una qualsiasi forma di opposizione. Il patto sociale implicitamente offerto da Gheddafi, tipico dei rentier state, quello basato sulla distribuzione della rendita petrolifera in cambio della mancanza di diritti civili, è rimasto sostanzialmente stabile. Ora questo patto si è rotto.