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SIRIA/ C'è una partita religiosa che agita il laico regime di Assad

Pubblicazione:venerdì 1 aprile 2011

Rivolta in Siria (foto Ansa) Rivolta in Siria (foto Ansa)

Le proteste esplose nella cittadina di Daraa, vicino al confine con la Giordania, rischiano di trasformare la Siria in una bomba ad orologeria per i precari equilibri socio-politici mediorientali. La Siria è collocata geograficamente nel crocevia strategico tra Africa settentrionale, Mediterraneo e Golfo Persico ed è interessata da anni da un tormentato, e tutt'oggi irrisolto, processo di pace con Israele, con cui confina attraverso le contese Alture del Golan. Dall'altra parte, a est, si affaccia la frontiera irachena, oltre la quale il conflitto del 2003 ha portato alla caduta di Saddam Hussain. A nord, a pochi chilometri da Aleppo, la Turchia, ponte tra Occidente e Oriente. Confini che, se le rivolte dovessero diffondersi in tutto il territorio siriano, diverrebbero improvvisamente assai meno permeabili e pacifici. La realtà sociale siriana appare estremamente composita ed è questa forse la debolezza maggiore del regime. Arabi alawiti (vicini alla setta sciita), arabi sunniti, curdi, drusi e armeni convivono tutti all’interno del territorio siriano.
La dinastia degli al Assad,  al potere dal 1970, è alawita, minoranza che rappresenta meno del 20% della popolazione. Ma così come per la Libia, anche la Siria non è che una invenzione occidentale, risalente al 1920, quando alla Conferenza di Parigi si optò per includere nel territorio della neonata Repubblica siriana anche una cospicua minoranza curda.
Oggi i curdo-siriani, in prevalenza sunniti, rappresentano il 9% della popolazione, concentrandosi perlopiù nel nord-est, nella municipalità di al Hasakah e, in minor parte, in quella di Aleppo. Prima delle larghe intese degli ultimi anni, le relazioni tra Siria e Turchia hanno spesso risentito nel passato della variabile curda. Damasco appoggiava il PKK militarmente ed economicamente, mentre Ankara contendeva allo scomodo vicino lo sfruttamento delle acque dell'Eufrate. Ma la politica “neo-ottomana” - caratterizzata dal rafforzamento delle relazioni diplomatiche turche verso il Medio Oriente  - favorita dal Primo ministro turco Erdogan ha da diversi anni portato ad una distensione, fino ad arrivare alla sottoscrizione di decine di accordi economici nel giro di pochi anni con Damasco, la quale ha interrotto il suo appoggio al PKK. 


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