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GAZA/ Così la morte di Arrigoni ha sfidato tutti, israeliani e palestinesi

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Nella Striscia di Gaza (Ansa)  Nella Striscia di Gaza (Ansa)

La vita ed anche la morte di Vittorio Arrigoni non sono stati vani. Nessuna vita umana, in verità, lo è agli occhi di Dio. Questa certezza è anche una grande consolazione. Tuttavia, per i nostri occhi umani, che hanno incrociato in quel terribile video i suoi occhi impauriti poco prima della morte, la vita e la morte di Arrigoni, già oggi, ci appaiono provvidenziali segni di contraddizione. Anche coloro che, dopo morto, lo hanno “insultato”, fino a dire che ha speso la sua vita per una causa sbagliata, anche costoro hanno dovuto confrontarsi con la sua morte, avendo, da vivo, cercato di evitarlo pervicacemente.
Qual è stato il suo primo, certo più grande, segno di contraddizione, per tutti noi? E quando dico “noi” metto in prima fila i giornalisti, i politici, i diplomatici italiani ed europei, ma anche israeliani e palestinesi. La sua presenza. Questo è stato il suo segno di contraddizione. È venuto a Gaza e poteva rimanere in Italia. È sbarcato da un battello nel porto di Gaza nell’agosto del 2008 ed è rimasto in quella terra. E lì è morto. Lì è stato accolto in modo festoso. Lì è stato ucciso con ferocia.
Vittorio Arrigoni non ha mai imbracciato una pistola o un fucile per difendere gli abitanti palestinesi di Gaza o per combattere i politici ed i militari israeliani, che giudicava gli “occupanti”. La sua presenza invece non è mai mancata in questi ultimi anni, quelli più duri dell’assedio israeliano a Gaza.
È salito tante volte sulle barche dei pescatori che escono dal porto di Gaza, per cercare con la sua riconoscibile presenza di indurre gli israeliani dai loro battelli militari a non sparare sui pescatori. Troppo ristretto, infatti, il limite di due-tre miglia dalla riva imposto dagli israeliani, per pescare qualcosa che non affogasse nei liquami. Restare umani, così concludeva le sue corrispondenze, perché nessuno ha il diritto di smarrire l’umanità, anche nel conflitto.



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COMMENTI
19/04/2011 - articolo terribile (Riccardo Rossetti)

Scusate ma questo articolo è terribilmente falso. Ritengo invece che solo la posizione di Giuliano Ferrara sia realista e consenta di nominare bene le cose: "quando una persona muore per un ideale siamo tutti commossi e il sentimento che viene naturale è la pietà; ma della pietà fa parte anche la verità, e la verità è che la missione di Arrigoni era una follia ideologica". E lo era davvero una follia ideologica: fare i "pacifisti" anti-israeliani sulla striscia di Gaza e venire strangolati dalle persone che si va a difendere. Un brusco risveglio per molti. Una vita vissuta nella contraddizione, come ha scritto il giornalista, ma anche nella contrapposizione. Di certo non è una posizione di pace.

 
18/04/2011 - chi vuole la pace in Medioriente (Antonio Servadio)

Articolo equilibrato e persino poetico. Anche e soprattutto perché rispettoso della dignità umana e morale di chi si sporca le mani in prima persona e incontra il sacrificio della propria vita, di cui fa dono per una genuina fede in un ideale positivo. Ho colto nell'articolo un riconoscimento che giustamente prescinde dall'adesione - parziale o integrale - a stili e contorni della scelta o della persona che la persegue. Non sapevo proprio nulla del Sig. Arrigoni e non conosco affatto i suoi (presunti) "post" su Facebook. Fatta questa precisazione, invito a tenere molto ben distinti "antisemitismo", "ebraismo" e tutto ciò che riguarda critiche o polemiche - condivisibili oppure no - nei confronti delle scelte politiche e militari, tattiche e strategiche, che lo stato di Israele ha fatto, a partire dalle sue origini sul territorio: categorie ben diverse che non vanno assolutamente mai confuse tra loro. Il Sig. Arrigoni è effettivamente andato incontro ad una importante sfida, e l'ha percorsa fino alle estreme conseguenze. Non sembrerebbe che fosse una sfida contro la pace. E' pur vero che non siamo tutti chiamati a queste sfide. Il che però non ci esime dall'obbligo del rispetto e tantomeno dal dovere di essere consapevoli di quanto sia facile snocciolare giudizi su persone che ogni giorno rischiano di essere impallinate - e non certo per gloria o per danaro. Pertanto dissento dal modo in cui il lettore precedente conclude il suo commento.

 
18/04/2011 - MA LA GENEROSITA' ERA VIZIATA DALL'IDEOLOGIA. (Alessandro La Rosa)

La pietà cristiana rende onore al mistero della morte con rispetto e coscienza del dolore che nessuno sforzo umano e intellettuale può spiegare. La morte di Arrigoni richiede rispetto per quell'impeto umano che lo ha portato a Gaza con la missione di aiutare i più poveri. L'impeto del povero Arrigoni aveva il "vizio" educativo di essere tutto impostato ideologicamente e più che sfidare israeliani e palestinesi, se mai sfida la ragione e "l'intelligenza della realtà" che solo con tanta "ossevazione" e poco "ragionamento" si afferma. Leggere su Faceboock quello che diceva degli israeliani non era tanto un giudizio, comunque legittimo sulla politica dello Stato d'Israele, quanto un pericoloso pregiudizio al limite dell'antisemitismo-molto in voga nella galassia della sinsitra italiana- fino a lambire tutto il popolo ebraico. Il fatto che la madre prima di esprimere dolore per la drammatica perdita del figlio, si sia preoccupata di non far passare l'aereo con la salma dal cielo israeleiano è un segno più di sfida che di conciliazione, ricordando comuque che Arrigoni è rimasto vittima delle faide tra Hamas,che nella sua "filosofia" vuole la distruzione d'Israele e la schiavitù dei cristiani,e i Salafiti. Il suo impeto generoso pacifista difettava di osservazione totale della realtà. Alcuni giorni prima ad Itamar una intera famiglia ebrea è stata trucidata-il più piccolo 3 mesi-e a Gaza hanno fatto festa. Allora la sfida è tra chi vuole realmente la pace in Mediorente.