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VITTORIO ARRIGONI/ Il cooperante: le nostre opere, primo rimedio contro l'odio e le divisioni

Pubblicazione:lunedì 18 aprile 2011 - Ultimo aggiornamento:lunedì 18 aprile 2011, 12.21

Vittorio Arrigoni (Ansa) Vittorio Arrigoni (Ansa)

La comunità internazionale è indignata, le rappresentanze diplomatiche pubblicano appelli e dichiarazioni, riuniscono le diverse associazioni dei loro paesi che lavorano a Gaza e nella West Bank per comunicare le loro posizioni; le associazioni richiedono con forza un maggiore e vero impegno degli organi Onu e degli Stati; chi lo ha conosciuto e ci ha lavorato insieme piange il proprio amico e collega, e vuole giustizia. Tutto questo è giusto, è vero, occorre che la comunità internazionale apra gli occhi e prenda finalmente a cuore la situazione di milioni di persone che vivono in carceri a cielo aperto (a mio avviso per entrambi i popoli), in un equilibrio instabile, sempre a rischio di sfociare in episodi di bruta violenza.
Ma la sensazione - un po’ cinica, lo riconosco - è che tra qualche settimana tutto tornerà alla normalità, a questo equilibrio di breve respiro, e di Vittorio resterà solo il dolore della sua famiglia e dei suoi amici; un dolore che il tempo, per un’ultima Misericordia di Dio, attenuerà. Ma chi risponde alla domanda che sempre sorge in queste situazioni, “che senso ha tutto questo?”.
Torna alla memoria Benedetto XVI, che durante il suo viaggio espresse giudizi molto lucidi e nello stesso tempo semplici nella loro comprensione della situazione in Terra santa. Cioè di come la religione vera possa essere solo quella che spinge l’uomo verso la ricerca della Verità di sé e del mondo, della Bellezza, della Giustizia, della Libertà. Proprio questo ci aiuta a smascherare l’inganno di questi gruppi che si dicono religiosi, ma che altro non sono che una deriva violenta e terroristica che usa della religione solo la parola ormai completamente snaturata, anzi opposta al vero impeto religioso dell’uomo. Ancora, il Papa parlò ai giovani esortandoli a non cedere alle logiche della violenza per risolvere la situazione politica palestinese, ma di combattere usando le armi della ragione, della fede, della tradizione di bene di cui il loro popolo è ricco.


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