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ITALIANO UCCISO/ Arrigoni, vittima dell’odio tra Hamas e salafiti

Il portavoce di Hamas in doppiopetto in conferenza stampa punta il dito contro gli “estremisti” salafiti: ma cosa sta succedendo in realtà a Gaza, si chiede ANDREA AVVEDUTO?

Foto: Ansa Foto: Ansa

Su Facebook il suo secondo nome era “Utopia”. Forse per esprimere meglio il suo disagio nel fragile lembo di terra in cui da qualche tempo aveva deciso di vivere. Attivista per il popolo palestinese in un pezzo di mondo in cui – lo abbiamo scoperto in questi giorni - anche identificare un nemico può essere difficile.

Il rapimento e la morte per soffocamento di Vittorio Arrigoni porta sotto i riflettori dell'intera opinione pubblica una realtà che fino a oggi era, ai più, sconosciuta.

I salafiti, imputati per l'omicidio del volontario italiano, sono un gruppo ultraradicale da sempre in contrasto con Hamas. Gli ultimi scontri si sono verificati nel 2009, quando il movimento estremista cercò di instaurare un califfato a Gaza. Il tentativo venne immediatamente stroncato, ma costò la vita a 25 persone. All'origine del conflitto interno alla striscia la volontà dei salafiti di instaurare un regime teocratico che si fondi sui principi originali dell'Islam. Questo dovrebbe essere sufficiente a spiegare anche una morte così inaspettata.

Eppure l'episodio di qualche giorno fa, con le poche luci e le molte ombre, porta con sé una serie di dubbi che dovrebbero farci camminare nel terreno delle ipotesi con piedi più pesanti del piombo. Tutti, nessuno escluso. Per tre ragioni.

Primo: Arrigoni è morto, di fatto, poche ore dopo l'inizio dell'ultimatum, senza che i presunti omicidi avessero cercato un riscontro – anche minimo – rispetto alle richieste di liberazione dei prigionieri presentate ad Hamas.