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Esteri

SIRIA/ Ecco il domino che può infiammare il Medio Oriente

Mentre il governo di Damasco, guidato da Bashar al Assad, propone vuote riforme, continuano le proteste in Siria, con pericoli per tutta la regione. MARINA CALCULLI

Una manifestante contro il regime di Assad (Ansa)Una manifestante contro il regime di Assad (Ansa)

Nonostante le reiterate promesse di liberalizzazione politica accompagnate da una dura repressione militare nei confronti dei manifestanti, a circa un mese dal suo scoppio, la rivoluzione siriana non soltanto non è stata placata ma sembra continuare ineluttabilmente a espandersi.
Questo bilancio dovrebbe quantomeno suggerire al regime che la strategia della carota e del bastone non solo non funziona, ma rischia anzi di far erodere il rapporto di forza tra élites governative e cittadini fino a un punto di non ritorno. Perché se l’obiettivo del governo siriano è stato finora quello di fare buon viso a cattivo gioco, facendo cioè apparenti concessioni e nel frattempo utilizzare la violenza in modo in scrupoloso - tanto per ricordare al suo popolo qual è la sua vera forza -, è anche vero che il carattere inedito di queste intifade arabe sta proprio nella rottura di quell’equilibrio basato sulla paura con cui i vari regimi arabi (e quello siriano in primis) hanno mantenuto il potere per svariati decenni.
Pur di fronte ad un esercito sanguinario di 350mila uomini che, diversamente da quello egiziano o tunisino, rimarrà fedele al regime, la gente infatti continua a far ingigantire la rivolta, mentre la leggerezza con cui l’esercito da un mese spara direttamente sui manifestanti per disperdere cortei e sit-in non fa che far montare la collera delle piazze. Le manifestazioni organizzate tre giorni fa dagli studenti della facoltà di medicina di Damasco hanno chiesto infatti esplicitamente “la fine del massacro”. Questo in realtà è un punto fondamentale: in assenza di alcuna forma di legittimità politica può un regime reggersi esclusivamente sulla sua forza repressiva?
Se si va a guardare nella storia di tutti i più duri totalitarismi una forma di rispondenza tra governanti e governati c’è sempre stata. Ed è esattamente questa la chiave che il regime non comprende.