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SIRIA/ I massacri di Assad preparano un nuovo "Libano"?

Bandiere pro-Assad in Siria (Ansa) Bandiere pro-Assad in Siria (Ansa)

Anche se l’ambiguità del regime siriano, alleato strategico dell’Iran, non aggradava i governi occidentali, la ripresa dei rapporti con gli Stati Uniti, sanciti dal ritorno nel 2010 dell’ambasciatore americano a Damasco (dopo la crisi del 2005 quando il regime era stato accusato di essere il mandante dell’omicidio dell’ex premier libanese Rafic Hariri) e la distensione diplomatica con l’Unione europea, soprattutto dopo il lancio dell’Unione per il Mediterraneo a Parigi nel 2008, tradivano l’impossibilità di bypassare Damasco, perché attore chiave di tutto l’equilibrio mediorientale.
Dalla Siria poi dipende direttamente la stabilità politica del Libano, paese in cui i siriani sono stati presenti con le proprie truppe dal 1975 al 2005 e che continuano a tenere in scacco mantenendo un vero e proprio rapporto clientelare con il gruppo parlamentare dell’8 marzo, capeggiato da Hezbollah (i documenti di Wikileaks hanno confermato che la Siria fornisce armi e denaro al Partito di Dio). Dopo il massacro con cui il regime ha risposto alle richieste di libertà e diritti da parte del suo popolo, tuttavia, neppure un’ardita realpolitik potrà più ripristinare velocemente la posizione della Siria nel panorama internazionale. E infatti l’ombra delle sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è già stata invocata da più parti, e corollata da una ferma condanna della Lega Araba nei confronti di Assad.
Ma in realtà l’esitazione è figlia di una paura molto concreta: se il regime implodesse, infatti, il paese si fratturerebbe al suo interno senza escludere il rischio di guerra civile e di ricadute su tutto il Medio Oriente, a cominciare dalla vicina Turchia. Ma con questa condotta il giovane dittatore siriano non fa che cadere sempre di più nell’isolazionismo; e la storia del tiranno che diventa troppo  solo ha, in fondo, sempre lo stesso finale.

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