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NUCLEARE GIAPPONE/ Acqua contaminata in mare, l’ecotossicologo: non possiamo calcolare i rischi

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Di certo, «la situazione è preoccupante», ma, allo stato attuale, «gli scenari  previsti non sono supportati da un’adeguata conoscenza del fenomeno». Il professore si spiega meglio: «Ad esempio non sappiamo quali tipi di isotopi siano prevalenti. E gli isotipi differenti hanno effetti nel tempo molti diversi. Basti considerare che lo iodio 131 ha una vita media di 8 giorni, lo stronzio e il celsio 137 di 28-30 anni, il plutonio di 24mila anni». Altro elemento da tenere in considerazione, la concentrazione. «Diluire la stessa quantità di veleno in 100 o in 1000 litri d’acqua di mare è cosa ben diversa». Il fatto è che si tatta di informazioni che, al momento, non sono disponibili se non agli addetti ai lavori.  «Temo che per un po’ non potremo avere dati molto precisi». Il problema, in realtà, non è quindi, tanto il livello di radioattività attuale. «Nel momento in cui cesseranno le immissioni – dice – saranno i sedimenti radioattivi, che sono fonte di trasmissione ad altri organismi, a dover esser analizzati per capire qual è stato l’impatto e il livello di arricchimento radioattivo. 

 A quel punto sarà necessario capire se è necessario avvalersi di tecniche di bonifica. Ci si dovrà far carico della rimozione e della pulizia di tali sedimenti». Anche sull’ipotesi di mutazioni, poi, commenta: «difficile fare previsioni». In sostanza, è «sbagliato fare dell’allarmismo, quasi impossibile quantificare i rischi. Ma, proprio perché non siamo in grado di quantificarli, la vicenda è da seguire con maggior attenzione». E, sul pericolo che dalle acqua del Giappone, la contaminazione possa giungere alle nostre, non ha dubbi: «posto che possano arrivare attraverso la correnti marine, lo farebbero decisamente diluite. L’acqua, è un elemento transitorio, le sostanze velenose si depositerebbero prima. Per arrivare contaminata, dovrebbe essere contaminato tutto quello che c’è prima. Parliamo dell’intero oceano».



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