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LIBIA/ Cosa può fare l’Italia contro la "bomba" di Gheddafi?

Un civile ferito a Misurata Un civile ferito a Misurata

Notizie di battaglie arrivano anche da Nalut, città berbera al confine con la Tunisia. E in territorio tunisino sono finiti centinaia di proiettili di mortaio lanciati dall’esercito del colonnello, senza causare danni a cose o persone. Atteggiamenti contrastanti nei confronti del rais arrivano dai clan tribali. I rappresentanti di venticinque tribù si sono riuniti oggi ad Abu Dhabi per affermare la loro unione nella lotta contro Gheddafi. Venerdì scorso invece, la Conferenza nazionale delle tribù libiche, alla fine di un incontro a Tripoli, ha invocato un’amnistia generale per i ribelli, invitandoli a deporre le armi e a riconsegnare le città. Sembra che la situazione sia a un punto di stallo: nessuna delle forze in gioco riesce a prevalere e l’intervento della Nato per ora non ha dato gli esiti sperati. Inoltre, si rincorrono diverse voci sull’assenza prolungata del colonnello dalla scena pubblica: dalla fuga alla morte sotto i bombardamenti della Coalizione. Il fronte italiano di questa guerra non è fatto di bombe, carri armati o fucili. La linea corre nel breve (ma letale) tratto di mare che separa l’Italia dalla Libia.

Qui, ormai ogni giorno, si combatte non per uccidere ma per salvare. Qui, chi fugge dalle bombe cerca una nuova vita ma molto più spesso trova la morte. Secondo stime dell’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, sono 800 le vittime del mare dallo scorso 26 marzo, quando a Lampedusa è arrivato il primo barcone dalla Libia. La situazione sull’isola siciliana è di nuovo al collasso: gli extracomunitari sono circa 1500, nonostante il costante lavoro di smistamento verso altri centri di accoglienza. L’ultimo drammatico naufragio, in ordine di tempo, si è consumato la notte del 7 maggio, a pochi metri dalle coste di Tripoli. Un barcone appena salpato, gemello di un’altra imbarcazione partita poco prima e arrivata a Lampedusa con 655 profughi a bordo, si è spaccata e ha rovesciato il suo carico umano in mare. Circa 600 somali ed eritrei: 16 cadaveri recuperati, tra cui molte donne e tre neonati, 150 dovrebbero essere sopravvissuti (il condizionale è d’obbligo), 32 sono dispersi. Di altri 400 non si hanno notizie.