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LIBIA/ Cosa può fare l’Italia contro la "bomba" di Gheddafi?

Un civile ferito a Misurata Un civile ferito a Misurata

È andato a buon fine il viaggio di altri 500 profughi, anche se di fronte alle coste di Lampedusa si è sfiorata la tragedia. Un barcone in avaria si è incagliato sugli scogli vicini all’isola: a decine si sono buttati in mare cercando di raggiungere la terra a nuoto. Per portare in salvo i naufraghi si è attivata una catena di salvataggio umana di forze dell’ordine, uomini della capitaneria e volontari. Le minacce di Gheddafi, «porterò la guerra in Italia», sembrano essersi concretizzate nell’uso di “armi” non convenzionali: a noi le bombe a voi i profughi. E proprio di armi ha parlato ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini rispondendo ad alcune dichiarazioni del numero due del Consiglio nazionale di transizione. Addel Hafiz al-Ghoga ha detto di aver raggiunto un accordo con l’Italia per la fornitura di armi.

La Farnesina ha subito smentito l’esistenza dell’accordo e ha ribadito che il nostro Paese fornirà ai ribelli solo materiali per l’autodifesa, come camion e strumenti per le telecomunicazioni. Da Torino, dove partecipava alla sfilata degli alpini, è arrivata la conferma anche del ministro della Difesa Ignazio La Russa. La posizione dell’Italia era già stata espressa da Frattini in occasione della riunione del «Gruppo di contatto sulla Libia», tenutasi a Roma lo scorso 5 maggio. Ghoga sostiene che proprio in occasione di quell’incontro il nostro Paese avrebbe promesso l’invio di armi agli insorti. A margine dell’intervento militare, l’Italia cerca ancora una soluzione politica. C’è comunque un ostacolo alla pace difficile da superare, come ha ricordato il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton: il rifiuto di Gheddafi di abbandonare la nave. Un ostacolo che in un modo o nell’altro dovrà essere superato.

 

Sara Zolanetta, analista di Equilibri.net

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