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MEDIO ORIENTE/ E ora funzionerà la "terza via" dell'islam?

Dopo la Primavera araba, in Egitto e in Tunisia l’islam cerca nuove soluzioni per modificare gli assetti istituzionali. Quali le strade possibili? Il commento di MICHELA MERCURI

In piazza durante la Primavera araba (Ansa) In piazza durante la Primavera araba (Ansa)

Dopo più di 50 anni di più o meno velata repressione, in Egitto i Fratelli musulmani hanno creato un partito politico, il “Partito della Libertà e della Giustizia”, per partecipare alle elezioni legislative previste il prossimo settembre, mentre in Tunisia le rivolte hanno visto il ritorno di Rashed Ghannouchi, leader in esilio del partito islamista “Rinascita”. Seppure si trovi a dover fare i conti con il rinvigorito potere dell’esercito l’islam ha, dunque, l’opportunità, dopo anni di esilio forzato, di riacquistare nuovi spazi istituzionali, proponendosi come vero e proprio attore politico. Di che islam stiamo parlando e quale potrebbe essere il suo ruolo in questi Paesi?
Le due strade “obbligate” dell’islam - Forse, più per mancanza di nuove idee che per “reale convincimento”, nel tentativo di individuare il ruolo dei gruppi islamici negli Stati della Primavera araba, si tende a ricorrere agli esempi messi a disposizione dalle storia recente, dimenticando le specificità di questi Paesi e rischiando di categorizzare e semplificare realtà ben più complesse. Ecco allora che vengono riproposte due strade, diverse, ma entrambe ben conosciute: da una parte le tesi “apocalittiche” del ritorno all’islam tradizionalista e autoritario, nemico dell’occidente, sul modello della Repubblica islamica dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, salito al potere in Iran nel 1979 dopo la cacciata dello shah Reza Pahalavi, e dall’altro il ben più rassicurante modello turco dell’islam democratizzato. In realtà, allo stato attuale, entrambi i modelli sembrano non reggere davanti agli sconvolgimenti sociali e politici che hanno caratterizzato gli ultimi mesi dell’Egitto e della Tunisia.
L’unicità del modello iraniano - È ormai noto che le rivolte in Egitto e Tunisia sono nate dallo scontento popolare generato dalle contraddizioni e dalle sperequazioni sociali imposte dai regimi al potere. Questo sembra essere l’unico elemento comune con le rivolte iraniane degli anni Settanta, germogliate anch’esse dal malcontento della popolazione in condizioni di estrema povertà, davanti a un potere che, invece, impegnava la maggior parte delle risorse economiche del Paese nella costruzione di un potente e modernissimo esercito e nell’autocelebrazione della monarchia. Da qui in poi, però, tra le rivolte della Primavera araba e quelle del ’79 iraniano non sembrano esserci elementi comuni capaci di suggerire possibili spunti per gli scenari futuri dei due Paesi.