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MEDIO ORIENTE/ E ora funzionerà la "terza via" dell'islam?

Pubblicazione:mercoledì 11 maggio 2011

In piazza durante la Primavera araba (Ansa) In piazza durante la Primavera araba (Ansa)

In primo luogo, se le cause delle rivolte sembrano essere simili, gli attori che le hanno guidate sono totalmente diversi. In Iran la rivolta, seppure le opposizioni al regime dei Pahalavi fossero molteplici e diverse (dal Tudeh comunista alle forze politiche liberali e moderate), vide nel clero sciita l’unico attore rilevante, mentre l’esercito, sostenuto dalla Savak, la polizia segreta dello shah, attuava una forte repressione in favore del regime, ponendosi in aperta antitesi alle forze rivoluzionarie. Si tratta, dunque, di una rivoluzione che nasce islamica e che trova nella Repubblica islamica di Khomeini la sua naturale evoluzione.
Nelle rivolte in Egitto e Tunisia il ruolo dei gruppi islamici è stato decisamente marginale, anch’essi colti di sorpresa dalle folle di giovani senza una chiara connotazione politica e, se vogliamo, molto più vicini ai movimenti liberali che a quelli di natura religiosa. Non sono stati i movimenti riconducibili all’islam ad offrire una spalla ai manifestanti, quanto piuttosto l’esercito che ha garantito la stabilità durante le settimane della rivoluzione.
Preso atto del fatto che il ruolo guida dell’islam è evidentemente mancato nelle rivolte recenti, si potrebbe ipotizzare una sua presa di potere in “seconda battuta”. Anche in questo caso, però, la rivoluzione khomeinista non ci viene in aiuto. Tra i Fratelli musulmani non esiste una figura carismatica  in grado di convogliare in maniera rilevante il consenso popolare, mentre in Tunisia Ghannouchi, nonostante le immagini della folla che si stringeva intorno all’esule nell’aeroporto di Tunisi ci abbiano riportato alla memoria il ritorno di Khomeini a Teheran il 1° febbraio 1979, non sembra aver neppure lontanamente la forza dell’Ayatollah. La nascita della Repubblica islamica venne sostenuta in un referendum dal 98% dei consensi popolari. Difficilmente i Fratelli musulmani, o un qualunque altro partito islamico, potrebbero riscuotere un tale consenso.
Il radicamento sociale del modello turco - Seppure maggiormente credibile, anche lo scenario di tipo turco appare, per certi versi, inapplicabile alle attuali realtà islamiche della primavera araba. Iniziamo, però, dai possibili punti in comune. In Turchia l’Akp di Erdoğan e Gül è arrivato al potere attraverso elezioni libere, non ha richiesto la transizione verso uno Stato islamico e ha conservato le strutture istituzionali della laica repubblica turca fondata negli anni Venti da Kemal. Anche in  Egitto i Fratelli musulmani non hanno proposto la trasformazione del Paese in uno Stato islamico, forzando i limiti della costituzione, e sembrano disposti ad accettare le regole di una dialettica parlamentare garante di una transizione morbida e costituzionalmente legittimata. La creazione di un partito con un programma politico per partecipare alle prossime elezioni ne è la conferma. Anche la Tunisia sembra orientata al modello turco, prova ne sia che, tornato in patria dal ventennale esilio a Londra dopo la caduta di Ben Ali, Ghannouchi ha pubblicamente e ripetutamente manifestato apprezzamenti per il modello turco.


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