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Esteri

MEETING ONU/ Wael e Joseph, due fedi diverse che spiegano al mondo la stessa libertà

La sede delle Nazioni Unite (Imagoeconomica)La sede delle Nazioni Unite (Imagoeconomica)

Un luogo in cui dare fiducia all’uomo, al suo desiderio e alle sue aspirazioni.
Spesso per definire il Meeting diciamo che “abbiamo investito sul cuore dell’uomo”.
“Non dobbiamo avere paura dell’uomo” ha detto Giovanni Paolo II proprio in occasione della Sua visita qui alle Nazioni Unite nel ‘95. E poco prima, in quel suo discorso, aveva invitato a “uno sforzo comune per costruire la civiltà dell’amore”, sottolineando che “l’anima della civiltà dell’amore è la cultura della libertà”. Ed era stato lo stesso Giovanni Paolo II a usare proprio al Meeting nel 1982, per la prima volta, le medesime parole: “Costruite la civiltà della verità e dell’amore”.
Non credo che queste consonanze, questi rimandi siano casuali.
Il Meeting è indubbiamente una piccola realtà, ma ci sentiamo anche noi descritti da questo compito di costruzione della civiltà dell’amore, proprio in quanto ci sentiamo definiti da quella fiducia nell’uomo, che non si identifica con l’irragionevole ottimismo di chi non si accorge della violenza, delle guerre, del male che c’è attorno a noi e dentro di noi. Perché è un fatto che nella vita quotidiana e anche in questi trent’anni di Meeting abbiamo visto tanti esempi di bellezza, di solidarietà, di grandezza, di speranza, di costruzione, di lavoro. E sono proprio questi esempi a documentare che il cuore dell’uomo è capace di desiderare il bene e il bello ed è altrettanto capace di spendere la vita per costruirlo.
Le storie di Weiler e di Farouq sono appunto la testimonianza di che cosa può accadere semplicemente dando fiducia all’uomo.

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