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DIARIO GERUSALEMME/ Fatah-Hamas, basta un matrimonio di convenienza?

Gerusalemme (Ansa) Gerusalemme (Ansa)

La reazione dei vicini non si è fatta attendere. “Israele non negozierà con la versione palestinese di Al-Qaeda”. Il primo ministro israeliano, nel suo stile, non usa mezzi termini. Mentre Hillary Clinton, disposta ad aiutare i palestinesi, ha già detto che non tratterà con Hamas fino a quando non riconoscerà a Israele il diritto di esistere. Lo ha ribadito ancora una volta Netanyahu, ricevuto a Parigi nei giorni scorsi: “Credo che il principio sia chiaro: qualunque negoziato di pace con Israele non può prescindere dal riconoscimento dello Stato di Israele come Stato ebraico”. Il primo ministro solleva una delle questioni cruciali del conflitto: per i palestinesi significherebbe infatti rinunciare al diritto di ritorno dei rifugiati cacciati dalle loro terre al momento della creazione d’Israele nel ’48. Con Hamas ora nella squadra, ai tavoli di pace quest’ipotesi non verrebbe nemmeno presa in considerazione.
Cosa cambierà nei processi di pace è difficile a dirsi. Che Israele non tratterà con i terroristi è una conferma di cui non avevamo bisogno. I piccoli progressi raggiunti nei mesi scorsi potrebbero venire cancellati nel giro di pochi giorni. Nel difendere - ognuno - i propri interessi e il proprio orgoglio, entrambi guardano con miopia ai destini dei due popoli, da anni inevitabilmente intrecciati. In fondo in fondo, lo sanno tutti e due. Ma preferiscono vestire i panni di Penelope, che tesseva la tela di giorno e la disfaceva di notte. In attesa del suo Ulisse che avrebbe messo a posto le cose. La fragile tela costruita in questi mesi è stata distrutta ancora una volta, lacerata nell’eterna lotta dove Israele non vincerà mai e i palestinesi perderanno sempre.

La reazione dei vicini non si è fatta attendere. “Israele non negozierà con la versione palestinese di Al-Qaeda”. Il primo ministro israeliano, nel suo stile, non usa mezzi termini. Mentre Hillary Clinton, disposta ad aiutare i palestinesi, ha già detto che non tratterà con Hamas fino a quando non riconoscerà a Israele il diritto di esistere. Lo ha ribadito ancora una volta Netanyahu, ricevuto a Parigi nei giorni scorsi: “Credo che il principio sia chiaro: qualunque negoziato di pace con Israele non può prescindere dal riconoscimento dello Stato di Israele come Stato ebraico”. Il primo ministro solleva una delle questioni cruciali del conflitto: per i palestinesi significherebbe infatti rinunciare al diritto di ritorno dei rifugiati cacciati dalle loro terre al momento della creazione d’Israele nel ’48. Con Hamas ora nella squadra, ai tavoli di pace quest’ipotesi non verrebbe nemmeno presa in considerazione.
Cosa cambierà nei processi di pace è difficile a dirsi. Che Israele non tratterà con i terroristi è una conferma di cui non avevamo bisogno. I piccoli progressi raggiunti nei mesi scorsi potrebbero venire cancellati nel giro di pochi giorni. Nel difendere - ognuno - i propri interessi e il proprio orgoglio, entrambi guardano con miopia ai destini dei due popoli, da anni inevitabilmente intrecciati. In fondo in fondo, lo sanno tutti e due. Ma preferiscono vestire i panni di Penelope, che tesseva la tela di giorno e la disfaceva di notte. In attesa del suo Ulisse che avrebbe messo a posto le cose. La fragile tela costruita in questi mesi è stata distrutta ancora una volta, lacerata nell’eterna lotta dove Israele non vincerà mai e i palestinesi perderanno sempre.