BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IL CASO/ 1. Gli arabi e la strana inversione a U di Obama

Benjamin Netanyahu con Barack Obama alla Casa Bianca il 20 maggio scorso (Ansa) Benjamin Netanyahu con Barack Obama alla Casa Bianca il 20 maggio scorso (Ansa)

Il capo della Casa Bianca, si sa, è un maestro dell’ars oratoria; meno esperto, tuttavia, a saper cogliere le occasioni giuste per agire. Perché se è ancora vero che la Politica è complemento di logos (parola) ed erga (azione), il rischio è quello di abortire ogni progettualità allo stadio dell’espressione. Anche il discorso del 19 maggio di Obama contiene a nostro parere dei difetti di fondo: prima di tutto il suo carattere tardivo.

Le rivoluzioni sono iniziate a dicembre 2010, quando il popolo tunisino è sceso in piazza per chiedere la caduta di Ben Ali. Allora gli Stati Uniti hanno solo pallidamente espresso il loro sostegno alla “rivoluzione dei gelsomini”; via via che i fiori della primavera araba si moltiplicavano le parole dell’entourage di Washington sono state spesso altisonanti: procrastinate fino all’ultimo nel caso della rivoluzione egiziana, quando per Mubarak il destino era stato segnato e imposto da una decisione coesa dei militari, ormai protagonisti della transizione; impacciate nel lanciare con decisione l’intervento militare in Libia, nonostante l’appello della Lega Araba; addirittura di sostegno nei confronti della “illuminata” monarchia del Barhein, la cui virtuosità nel reprimere le proteste sfugge, se non considerando che il paese ospita la Quinta flotta americana e fa da freno all’ingerenza iraniana nel Golfo; silenti poi durante le manifestazioni in Arabia Saudita, cui tra l’altro l’America è in procinto di inviare 65 miliardi di dollari volti a rinforzare l’apparato militare del paese. Questo servirà a proteggere le élites politiche, che basano la loro legittimità sui testi sacri e che negano al popolo persino l’esistenza di una Costituzione: All but democracy, Mr President! Molto calibrate infine nella critica del regime siriano (senza mai, cioè, chiedere esplicitamente l’abbandono del potere) che ha già ucciso oltre 1000 civili durante le manifestazioni ma la cui caduta aprirebbe la strada a una serie di rivendicazioni settarie non gradite né alla Turchia, membro della Nato, né a Israele, alleato privilegiato.