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SCENARI/ I massacri di Assad "avvicinano" la Turchia all'Europa?

La conferma della leadership di Erdogan raffredda i rapporti tra Turchia e Siria e aggiunge nuove varianti al complesso scenario regionale. L’analisi di MARINA CALCULLI

Nei pressi della città siriana di Qunitra (Ansa) Nei pressi della città siriana di Qunitra (Ansa)

A un passo dalle elezioni che domenica scorsa hanno riconfermato il suo partito con poco più del 50% dei voti, sarebbe stato troppo rischioso per il premier turco Recep Tayyp Erdogan continuare a tenere una linea tiepida nei confronti del governo di Bashar al Assad. E infatti il leader dell’AKP non ha corso il rischio di scontare una punizione elettorale per essersi mostrato connivente nei confronti del sanguinario regime alleato, che negli ultimi 3 mesi ha ammazzato circa 1.300 persone e compiuto oltre 10mila arresti. Dopo la prima fase della rivoluzione siriana in cui la Turchia ha intravisto un’occasione preziosa per rivestire l’ambito ruolo di garante dell’equilibrio regionale - invitando Bashar al Assad ad implementare davvero le riforme annunciate e offrendo il suo supporto nel gestire la transizione - nelle ultime settimane il premier turco ha invece deciso di disarcionare senza mezzi termini il regime siriano dal cavallo di un’alleanza divenuta ormai scomoda.

Offrendo sede sul proprio territorio, nella città di Antalya, al summit dell’opposizione siriana per decidere le linee politiche di un post-Assad, accogliendo oltre 5mila rifugiati giunti dalla Siria nel sud della Turchia e dichiarando che Ankara “non chiuderà mai le porte a chi scappa da una repressione brutale e inumana”, Erdogan ha voluto eliminare ogni ombra di ambiguità dalla posizione del suo governo in materia di diritti umani, eguaglianza e libertà democratica, ovvero i punti focali del suo programma elettorale nella corsa appena conclusa verso le urne; ma nel far questo, la Turchia si è trovata giocoforza a doversi riposizionare nei confronti del mondo arabo, regione tanto ambita in termini egemonici quanto complessa per quel che attiene alla possibilità di tessere alleanze stabili e di lungo periodo.

Quasi per ironia della sorte Ankara ne ha avuto conferma proprio dal suo alleato privilegiato tra i paesi arabi, il regime siriano, le cui vicende congiunturali stanno per di più mettendo in crisi la dottrina cardine della politica estera turca “zero problemi con i vicini”, elaborata dal ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu: essendo costretta a prendere le distanze proprio dal suo principale partner arabo, la Turchia si rende sempre più conto di quanto il tentativo di offrirsi come guarantor esterno di una transizione democratica per i vicini sia molto più complesso di quel che potesse sembrare all’inizio.