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SCENARI/ I massacri di Assad "avvicinano" la Turchia all'Europa?

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Nei pressi della città siriana di Qunitra (Ansa)  Nei pressi della città siriana di Qunitra (Ansa)

Il bilancio delle rivoluzioni, in barba agli entusiasmi che pullulavano nella stampa internazionale all’inizio del 2011, ci offre un quadro non poco intricato: sia per l’evidente difficoltà di sistemi politici immaturi e dalla longeva tradizione autoritaria di fare i conti da un giorno all’altro con la democrazia (e con quale forma di democrazia!) sia per le pericolose ricadute che il crollo di un regime potrebbe riversare su tutto l’assetto regionale. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che permea l’enigma della rivoluzione siriana e che ha portato la Turchia - ma a dire il vero la comunità internazionale intera - a procedere con i piedi di piombo nell’assumere una posizione nei confronti di Bashar al Assad. Ankara sa bene che se il regime siriano dovesse cadere, il post-Assad non sarebbe privo di una lotta per il potere tra le diverse componenti della società siriana, troppo eterogenea per poter facilmente trovare una rapida formula di convivenza armonica. Se questo scenario dovesse poi prendere i contorni di una guerra civile, il rischio di veder destabilizzati gli 800 km di frontiera che separano la Siria dalla Turchia sarebbe estremamente elevato. Ma se Assad dovesse sopravvivere, Ankara sa altrettanto bene quanto complesse potrebbero essere le relazioni tra i due paesi.

In primo luogo Damasco non è mai stati un partner troppo fidato: la multi-direzionalità - talvolta il doppiogiochismo - del regime siriano ha spesso irritato la Turchia, soprattutto per il supporto che la Siria ha offerto ai curdi del PKK e i capricci di Damasco sulla contesa delle acque dell’Eufrate. Inoltre la Siria non ha mai smesso di proporsi come fulcro della “arabità”, l’unità etnica degli arabi, da difendere contro le ingerenze dei vicini mediorientali non-arabi, sfidando, dunque, apertamente il disegno egemonico della Turchia (come dell’Iran) sulla regione, pur essendone principale alleato. Ma soprattutto l’erosione ormai irreversibile di ogni fonte di legittimità del potere di Assad, esclude la perpetuazione delle attuali relazioni tra il governo di Ankara e quello di Damasco. Un fatto, questo, ancor più pertinente adesso che la Turchia di Erdogan si propone di andare, almeno negli slogan propagandistici, sempre di più nella direzione della democrazia e del liberalismo.



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