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MEDIO ORIENTE/ Chi guiderà ora le "rivoluzioni" mancate?

Pubblicazione:lunedì 27 giugno 2011

Proteste in Egitto, durante la rivoluzione (Ansa) Proteste in Egitto, durante la rivoluzione (Ansa)

Con questi presupposti  il paese si presenta alle elezioni di settembre, elezioni che, al momento, vedono come possibili candidati alla vittoria gli unici partiti realmente organizzati, primi tra tutti il National Democratic Party che raccoglie i “resti” de partito guidato da Mubarak e il Partito di Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani. Non è un caso che sono stati proprio loro a volere il referendum e soprattutto a spingere per imminenti elezioni e non è neppure un caso se ciò è andato a detrimento dei nuovi gruppi politici nati sull’onda delle rivolte. Per i giovani che hanno fatto la rivoluzione, infatti, sei mesi sono troppo pochi per organizzarsi, basti pensare che, ancora oggi, non riescono a darsi un leader. Neppure il Fronte Nazionale per il Cambiamento di ElBaradei, nonostante la caratura del suo leader, ex direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e statista di caratura internazionale, sembra riuscire a superare le diverse istanze interne. I nuovi gruppi politici, vera novità scaturita dalla rivoluzione e speranza per il futuro del paese, dunque, in linea di massima, brancolano nel buio.

Altrettanto caotica è la situazione in Tunisia. Anche qui, come nel vicino Egitto, il fatto che la rivoluzione sia stata spontanea e non pianificata da nessuna leadership, se in un primo momento è stato considerato un fattore positivo, ora appare quasi una maledizione. Da un lato, la solidarietà tra i molti settori della società, e tra organizzazioni come quelle dei sindacati, è stata un decisivo vantaggio per la riuscita delle rivolte, dall’ altro, l’assenza di una guida crea difficoltà nel porre le basi di una riforma politica e nello stabilire la legittimità di una qualche rappresentanza. Il risultato è una enorme frammentazione che si rispecchia nell’impressionante numero di partiti che si presenteranno alle prossime elezioni, più di 60, molti dei quali nati con il solo scopo di salire sul carro del vincitore. Tra la miriade di formazioni politiche, più o meno improvvisate, spicca una certezza: il partito islamico Ennahdha, fondato da Rached Ghannouchi e vietato dal 1991, è stato riconosciuto il primo marzo 2011 e si presenta come una delle realtà più discusse, ma al contempo più forti e accreditate, per il prossimo futuro.

Se la situazione in Egitto e in Tunisia è quantomeno incerta, in molti altri paesi investiti dall’onda della primavera araba, è decisamente drammatica, a iniziare dalla Siria dove i morti e feriti si contano a migliaia e più di 12mila profughi avrebbero lasciato il paese. All’urlo delle piazze siriane fa eco l’assordante silenzio dell’occidente. Fa pensare il fatto che non siano stati né gli Stati Uniti né l’Europa ma proprio quella Turchia, fino a poche settimane fa “amica” della Siria, a dare i primi concreti segnali contro il regime di Assad, esortandolo non solo a rinunciare all’uso della forza contro i dimostranti, cosa che, peraltro, hanno fatto anche le potenze occidentali, ma mantenendo le proprie frontiere aperte a coloro che decidono di scappare dalle violenze, accogliendo, fino ad ora, secondo fonti ufficiali, più di 10mila siriani, ma il numero sembra destinato a salire.


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