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Esteri

IL CASO/ Jean: il "piccolo" Yemen prepara un’altra crisi in Medio oriente

Gente in piazza nello Yemen (Ansa)Gente in piazza nello Yemen (Ansa)

Lì i gruppi terroristici sono forti e sicuramente ben organizzati. L’Aqap - al Qaeda in the Arabian Peninsula - ha le sue basi soprattutto nello Yemen, e unitamente ad altri gruppi regionali come Aqim, al Qaeda in the Islamic Maghreb, riesce ad esercitare una proiezione internazionale. Non dimentichiamo che Nidal Malik Hasan, il maggiore musulmano dell’esercito Usa autore della strage di Fort Hood (Texas, 5 novembre 2009, ndr) era in collegamento con sceicchi e capi religiosi yemeniti. Certamente i gruppi terroristi presenti nello Yemen del sud stanno approfittando della guerra civile per rafforzarsi.

A chi va attribuita la modernizzazione che ha citato poc’anzi?

Senza dubbio al presidente Ali Abdullah Saleh.

Ma è vero che prima gli Usa hanno sostenuto Saleh e ora stanno guardando al suo ex alleato e ora suo principale antagonista, sceicco Sadeq al Ahmar?

Non sosterrei ancora questa tesi. Sicuramente l’azione degli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, quando hanno invitato Saleh a dimettersi, è derivata dalla preoccupazione che la sua permanenza al potere avrebbe continuato ad accrescere i conflitti interni. Ma le forze di Saleh, come le dicevo, sono ancora superiori, in particolare nella zona di Sana’a, quella centrale e più moderna del Paese.

Secondo lei in questo quadro regionale gli Usa hanno commesso degli errori?

Hanno commesso gli errori che si fanno quando si ha una politica ondivaga e non fondata su una vera conoscenza della realtà araba. Ci sono stati migliaia di morti in Siria e centinaia in Bahrein, e dunque in misura verosimilmente di gran lunga superiore a quelli della Libia, ma a differenza di quest’ultima non un dito è stato mosso.

Un deficit di visione strategica?