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IL CASO/ Jean: il "piccolo" Yemen prepara un’altra crisi in Medio oriente

Pubblicazione:lunedì 6 giugno 2011 - Ultimo aggiornamento:lunedì 6 giugno 2011, 12.49

Gente in piazza nello Yemen (Ansa) Gente in piazza nello Yemen (Ansa)

Per rimanere nello Yemen, non è facile intervenire quando ci sono conflitti o colpi di stato all’interno di un paese dove il potere e la ricchezza sono nelle mani di gruppi tribali: difficilmente in questi casi un intervento esterno può essere efficace.

Ma Obama che cos’avrebbe potuto fare per gestire la transizione? Individuare terze forze in campo capaci di farlo?

Avrebbe potuto chiedere all’Arabia Saudita, ma non appare più nelle condizioni di poterlo fare. Il punto è che l’entusiasmo per la liberalizzazione del mondo arabo è del tutto ingiustificato perché non è così che funziona. L’unica eccezione potrebbe rivelarsi, a conti fatti, la Tunisia. In Egitto i militari hanno bisogno dell’appoggio dei Fratelli musulmani, ma legandosi ad essi lo fanno anche con le loro componenti più radicali. Si dirà il controllo delle vergini in piazza Tahrir è un episodio nel contesto di una transizione lunga e complessa; mi auguro davvero che sia così.

Cosa prevede sul breve e medio periodo?

Non tanto la divisione in due stati, quanto piuttosto un inasprimento della guerra tribale. Per lo Yemen potrebbe delinearsi un futuro come per la Somalia, con tribù che si attaccano a vicenda cercando di imporre il primato. È questa l’ipotesi peggiore. Ma potrebbe anche essere che le tribù trovino una accordo: un accordo basato sul denaro, magari sotto gli auspici dell’Arabia Saudita intenzionata ad evitare il caos ai propri confini.

Prima ha accennato alle differenze di comportamento dei governi occidentali, dalla Libia alla Siria e al Bahrein. Con quali conseguenze?

Quelle di delegittimare tutte le future azioni occidentali. La Libia conta poco, eccetto che per l’Italia, ma l’effetto combinato della caduta di Mubarak e di un’involuzione radicale in Egitto, insieme all’espandersi dei disordini in Giordania, rischierebbe di far saltare gli accordi tra Egitto e Israele e tra Giordania e Israele. A quel punto nella prospettiva di una generazione, cioè tra 20-25 anni, una nuova guerra tra stati nel Medio oriente diventa possibile.



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