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Esteri

MEDIO ORIENTE/ C’è una partita a tre che decide il futuro dello Yemen

Il presidente dello Yemen, Saleh, insieme al premier Moujawar (Ansa)Il presidente dello Yemen, Saleh, insieme al premier Moujawar (Ansa)

Saleh è andato nella vicina Arabia Saudita, ufficialmente, per curarsi dalla ferite riportate durante l’attacco al suo complesso presidenziale da parte della tribù degli Hashid guidata da Sheikh Sadeq al-Ahmar. Il fatto che Saleh abbia lasciato il suo paese per Riyadh potrebbe, a ben guardare, essere letto invece come un definitivo allontanamento dallo Yemen. Proviamo a vedere perché. Non sarebbe la prima volta che la famiglia reale saudita darebbe ospitalità e protezione ad un leader straniero (il tunisino Ben Ali è solo l’ultimo in ordine cronologico), inserendosi di fatto nelle controversie di un paese terzo. L’Arabia Saudita è il più stretto alleato regionale del regime di Saleh e, in tempi passati, aveva anche agito con le proprie forze armate fin dentro i confini yemeniti per sedare le rivolte sciite da un lato e, dall’altro, per combattere la proliferazione jihadista, che avrebbe potuto usare lo Yemen quale retrovia per colpire la stessa Arabia Saudita.

Motivazioni strategiche che, quindi, nascondono preoccupazioni più dirette per la monarchia, dal momento che un’instabilità e un aumento della violenza ai propri confini sono percepite come una diretta minaccia ai sauditi stessi. Del resto, già in Bahrein, altro paese del Golfo confinante e in cui la rivolta araba è stata guidata dalla comunità sciita del Paese, al-Saud ha inviato proprie truppe a reprimere i manifestanti, sotto l’egida del GCC (Gulf Cooperation Council). L’interesse dell’Arabia Saudita sembrerebbe dunque quello di mantenere una situazione, se non stabile, almeno non compromessa per sempre nello Yemen.

In quest’ottica, il ritorno di Saleh nel Paese, proprio ora che in sua assenza la piazza esulta e le lotte di potere (non solo metaforiche) imperversano, potrebbe significare far precipitare irrimediabilmente la situazione e rendere lo Yemen definitivamente un non-Stato. La temporanea fuga di Saleh, infatti, ha se non altro aperto alcune nuove possibilità, che vanno dalla graduale democratizzazione dello Yemen grazie al coinvolgimento di parte della società civile che ha partecipato alle rivolte, alla presa del potere da parte di una nuova élite militare (fedele o meno a Saleh stesso), che possa assicurare un periodo di stabilità interna (“stabilità” da considerare nell’accezione yemenita del termine) in attesa di nuove evoluzioni.