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Esteri

MEDIO ORIENTE/ C’è una partita a tre che decide il futuro dello Yemen

Il presidente dello Yemen, Saleh, insieme al premier Moujawar (Ansa)Il presidente dello Yemen, Saleh, insieme al premier Moujawar (Ansa)

Il primo scenario sembra essere al momento meno probabile, in quanto implicherebbe un maggiore sforzo da parte della comunità internazionale e degli Stati Uniti, i quali sembrano invece aver delegato proprio a Riyadh la gestione della crisi yemenita, in virtù dell’interesse più immediato di quest’ultima. Ora, se si pensa che in casi analoghi nel passato, tra cui quello dell’ex presidente tunisino Ben Ali, l’Arabia Saudita ha vincolato la protezione del leader in esilio alla sua uscita di scena dal mondo politico, si potrebbe dedurre che Saleh sia attualmente nel paese vicino non solo per curarsi, ma per restarvi (anche alcuni membri della sua famiglia lo hanno accompagnato, ma non il figlio Ahmed, da alcuni additato come possibile successore, sebbene adesso ciò appaia difficile). La stessa Arabia Saudita potrebbe cercare un compromesso con i leader tribali del paese e portare lo Yemen ad essere relativamente “sotto controllo” e avrebbe interesse a non far tornare il presidente in patria.

Se ciò fosse confermato, l’Arabia Saudita starebbe agendo per imporre quella pax saudita che consiste nel mantenere strutture di potere ad essa vicine nei paesi del Golfo, intervenendo come elemento stabilizzatore degli equilibri dell’area e, soprattutto, evitando di creare nuovi vuoti di potere all’interno dei quali potrebbero inserirsi due forze. La prima, come già detto, è quella della nebulosa di al-Qaeda, la seconda è una forza meno visibile, ma che potrebbe avere grandi vantaggi dalla perdita di influenza saudita nell’area: l’Iran. Proprio il regime di Ahmadinejad, infatti, risulta essere uno degli attori che maggiormente potrebbe trarre vantaggio dalla situazione di incertezza nello Yemen e in Bahrein. Tale considerazione non è mai da sottovalutare quando si prendono in considerazione le mosse di Riyadh sullo scacchiere regionale mediorientale.

Il futuro dello Yemen potrebbe dunque decidersi, in buona parte, proprio a Riyadh. Se così fosse, anche per lo Yemen si tratterebbe di una finta rivoluzione, in cui la cacciata di un leader sarebbe seguita dall’arrivo di un altro regime caro all’ala protettrice saudita. Se da un lato un simile scenario potrebbe portare a una stabilizzazione temporanea del Paese, ciò non cancellerebbe però le ragioni profonde delle proteste. Lo Yemen è il paese più povero e frammentato di tutto il Medio Oriente, con un altissimo rischio di terrorismo e il più alto tasso di piccole armi liberamente in circolazione. In un simile contesto, investimenti di tipo politico, sociale ed economico di lungo periodo, da parte di attori come Washington e l’Ue, sarebbero più incisivi nel lungo termine, rispetto ad una soluzione come quella prospettata e promossa dall’Arabia Saudita (sebbene con il beneplacito dell’Occidente). Quest’ultima potrebbe calmare momentaneamente la situazione, ma non potrebbe proporre, per motivi che riguardano il proprio stesso interesse strategico, una soluzione dalle lunghe vedute.

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