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IRAN/ Dietro le esercitazioni militari una "minaccia" a Israele, Usa e Mondo Arabo

Pubblicazione:venerdì 1 luglio 2011

Mahmoud Ahmadinejad, presidente iraniano (Ansa) Mahmoud Ahmadinejad, presidente iraniano (Ansa)

Non si cela più dietro ammonizioni in privato o lettere personali, è ormai palese la frattura tra il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e la guida suprema della Repubblica Islamica, l’Ayatollah Sayed Ali Khamenei. La campagna “depurativa” lanciata contro l’entourage del presidente iraniano, suggellata nel corso dell’ultimo mese dall’arresto del capo di gabinetto Esfandiar Rahim Mashaie e di altri 3 stretti collaboratori di Ahmadinejad, è stata una clamorosa prova di forza del clero sciita, una solenne rammemorazione di quale sia la direzionalità gerarchica tra potere spirituale e potere temporale in Iran. Il capo di Stato iraniano, tuttavia, non è rimasto passivo ad osservare il rimaneggiamento del suo governo; ha mostrato di ricordare bene quale condotta deve tenere un uomo politico rispetto alle decisioni del Clero, eppure non si è mostrato timoroso di ovviare agli schemi: “la nostra posizione è di rimanere in silenzio” – ha detto – “ma se vogliono continuare, con diversi pretesti, ad accusare i miei collaboratori di gabinetto, farò il mio dovere morale, legale e nazionale difendendoli”.
Il presidente Ahmadinejad, in barba a chi, già nel 2005, quando successe alla presidenza di Seyyed Mohammad Khatami, gli dava pochi mesi di resistenza, ha dominato lo spazio pubblico per sei anni. E lo ha fatto con ossequio nei confronti del Clero ma anche con spirito di indipendenza. Tuttavia, quella che in passato era forse soltanto una malcelata gara di vanità tra Ahmadinejad e Khamenei, si è trasformata negli ultimi mesi in una sottile “linea rossa” – per ricalcare le parole usate due giorni fa dallo stesso presidente – materializzatasi attorno al giudizio su Esfandiar Rahim Mashaie. Genero di Ahmadinejad, nonché suo più fido collaboratore e voluto a tutto i costi come capo di gabinetto (nonostante il consiglio di Khamenei di allontanarlo dalla scena politica), Mashaie è stato oggetto di una durissima campagna di delegittimazione da parte del Clero nei mesi precedenti il suo arresto.
Mai in verità troppo amato negli ambienti religiosi per le sue idee liberali e nazionalistiche, Mashaie era stato tuttavia “tollerato”. Ma un mese fa le cose sono cambiate, quando su di lui è piombata l’accusa di  “deviazione”, imputazione non di poco conto nel quadro della Repubblica Islamica. In sostanza, Masahie avrebbe “stregato” il presidente con concetti eterodossi, tra cui, ad esempio, l’idea che l’Iran debba condurre una lotta contro Israele ma non contro il popolo israeliano. Dall’arresto di Mashaie (fine di maggio) a quello degli ultimi tre collaboratori (la settimana scorsa), Ahmadinejad non ha occultato i suoi malumori. Il presidente ha addirittura disertato numerose riunioni di gabinetto, assalito probabilmente dai dilemmi sul suo stesso futuro. Sono, d’altra parte, già in molti a scommettere che il capo di Stato si dimetterà prima del completamento del suo mandato nel 2013 e speculare su chi potrebbe essere il suo successore.


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