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ANGELO DELLA MORTE/ Inghilterra, un nuovo caso Caleffi: infermiera uccide i pazienti

In Inghilterra, una infermiera di 27 anni è accusata di aver ucciso tre pazienti e di aver preparato dosi mortali di veleno per circa altri quaranta malati. Il parere del professor Meluzzi

L'infermiera accusata di aver ucciso tre pazienti L'infermiera accusata di aver ucciso tre pazienti

Giovane e carina, Rebecca Leighton ha 27 anni e svolge la professione di infermiera. Anzi, svolgeva, perché proprio in queste ore è stata tratta in arresto dalla polizia di Heavily, Regno Unito, dove vive. L'accusa? Aver ucciso tre pazienti dell'ospedale di Stockport dove svolgeva la sua professione e avere tentato di farne fuori altri dodici. Uno di essi è ancora in gravi condizioni e rischia la vita. Le indagini hanno poi permesso di risalire  a ben trentasei fiale sabotate dalla donna, contenenti una soluzione fisiologica a cui era stata aggiunta insulina. Rebecca Leighton dunque aveva in mente una autentica strage. Le tre persone uccise sono rispettivamente un uomo di 84 anni, uno di 71 e una donna di soli 44 anni. E' un caso che ricorda in modo impressionante quello dell'infermiera italiana Sonya Caleffi che nei vari ospedali in cui aveva lavorato (il Valduce e il Sant'Anna di Como e poi il Manzoni di Lecco) aveva ucciso iniettando bolle d'aria nelle vene di malati terminali o anziani - secondo l'accusa - almeno venti persone. Lei ne ammise quattro, fu riconosciuta colpevole della morte di sei pazienti e del tentativo di altri due omicidi. Condannata a vent'anni, non ha mai spiegato esattamente le ragioni del suo folle gesto se non una sorta di pietà verso malati gravi o terminali. Una sorta di eutanasia non richiesta, insomma, anche se secondo alcune ipotesi il suo era un tentativo di apparire una brava e professionale infermiera. Prima metteva i pazienti sul punto di morire, poi interveniva per salvare loro la vita. Quello che colpisce comunque è l'analogia fra i due casi, quello italiano e adesso quello inglese. Stesso ambiente lavorativo (ospedale), stesso sesso (donne), stessa età giovanile. Abbiamo chiesto al professor Alessandro Meluzzi, psichiatra ed esperto di criminologia, se queste analogie siano solo casuali e che cosa scatena questi "angeli della morte".

I casi di Rebecca Leighton e di Sonya Caleffi:  donne, giovani, infermiere. Analogie o coincidenza?

Sembra strano ma il movente in casi come questi è spesso umanitario sebbene patologico. Si esprime in questi modi una pietà malata nei confronti del dolore e della morte, così come l'incapacità di sopportare, contemplare il dolore e la morte. Questi angeli della morte sono per certi versi simili a coloro che si suicidano per paura di morire. Nella visone della morte non illuminata dalla fede o perlomeno da un amore per l'uomo anche laico, la morte e la malattia diventano  uno spettacolo triste, raccapricciante, turpe, osceno, che spinge a questa sorta di eutanasia incerta  che è  una forma estrema di violenza.

Ha detto eutanasia?

Non mi fraintenda, ma in una forma estrema questi episodi  prefigurano quello che una certa ideologia dell'eutanasia lascia prevedere: quando a un certo punto qualcuno prende lui la decisione se una vita è meritevole di essere vissuta o no, ecco che si avvera come di migliori intenzioni siano lastricate le vie dell'inferno. Per cui anche una infermiera impazzita che decide se una vita va vissuta o no è non è meno turpe di un comitato etico che prende la decisione di usare l'eutanasia.

Non a caso questi episodi si verificano all'interno degli ospedali.

Già, l'ospedale: il luogo dove il dolore si palesa ogni giorno.