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IL CASO/ Sbai: Il Marocco e quella rivoluzione di popolo che fa invidia all'Europa

Pubblicazione:martedì 5 luglio 2011 - Ultimo aggiornamento:martedì 5 luglio 2011, 10.40

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Seguire un modello di rivoluzione che arriva dall’esterno è un rischio, perché è e rimane sempre un prodotto non aderente al background culturale su cui poi dovrà innestarsi. Anche e perché non c’è mano straniera che saprà dirigere la svolta libertaria meglio di chi ce l’ha nel cuore e nella mente. E il Marocco ne è la più fervida esemplificazione concreta.

Cosa sarà dopo questa riforma il Marocco? Quello che ci preme sottolineare è quello che non sarà. Ovvero un paese in mano all’estremismo e all’oscurantismo. Quello che sarà lo lasciamo decidere ai giovani marocchini, che ne hanno il sacrosanto diritto, non fosse altro per coloro a cui, in altri paesi, questo diritto è stato strappato. Uguaglianza totale uomo-donna, eliminando quel misero concetto di quote che in Europa va tanto per la maggiore, libertà di culto, riforma costituzionale parlamentare e berbero equiparato all’arabo come lingua ufficiale. Era ovvio, data la portata storica che queste riforme avranno, che i giovani del Marocco votassero in massa un si deciso al referendum; del resto ci se lo aspettava ed era prevedibile, visto che i drammi della cosiddetta primavera araba ormai sono sotto gli occhi di tutti.

Cosa rimane, dunque, di questo referendum per le riforme? Rimane un popolo, questo si guidato dai giovani, che altrove sono stati clamorosamente estromessi, che difende con le unghie e con i denti il suo futuro e le sue aspettative di miglioramento. Rimane un Re, Mohammed VI, che studia da grande, per passare alla storia come colui che ha definitivamente lanciato il Marocco nel futuro e nell’enclave dei grandi della Terra. Non ci è voluto molto, alla fine, a far esplodere la primavera nel giardino del mondo: la luce del sole e i sogni dei giovani. 



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