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SIRIA/ Così i carri armati di Assad accendono la polveriera del medio-oriente

Pubblicazione:lunedì 1 agosto 2011 - Ultimo aggiornamento:lunedì 1 agosto 2011, 10.27

Alcuni disordini in Siria (Foto: ANSA) Alcuni disordini in Siria (Foto: ANSA)

Mentre i fiori della “primavera araba” sembrano resistere alla consunzione del passaggio stagionale, il bilancio di questa “estate araba” ci induce a pensare che molte altre stagioni si susseguiranno prima che potremo davvero valutare il successo, il fallimento o l’aborto delle transizioni agognate dai movimenti rivoluzionari. Nel puzzle del nuovo mondo arabo la tessera che forse più di tutte mostra quanto precarie siano le speranze e le scommesse delle Intifade del 2011 è la Siria. Cuore dell’arabità, sia per collocazione geografica che per rivendicazione e ambizione culturale, la Siria è certamente – come in molti hanno osservato in questi ultimi mesi – l’ago della bilancia del complesso status quo regionale e la caduta del regime attualmente in carica potrebbe facilmente scatenare una guerra civile tra i diversi gruppi confessionali che compongono la società con considerevoli ripercussioni sui paesi confinanti. E’ proprio questo, d’altra parte, l’argomento che i governi occidentali avanzano quando si trovano a giustificare l’impossibilità di intervenire manu militari contro il regime di Bashar al Assad. Tanto più che tra i paesi confinanti con la Siria almeno 2 (Israele e Turchia) sono particolarmente cari all’Occidente e sugli altri due (il Libano e l’Iraq) l’intervento occidentale ha negli ultimi anni ambito, pur non riuscendoci sempre, a instaurare la stabilità interna; è questa, in altri termini, la peculiarità che distingue il caso siriano da quello libico, ben mostrando quanto la “responsability to protect”, in barba agli oltre 1400 morti (solo quelli ufficiali!) che la repressione del regime siriano ha già provocato negli ultimi 4 mesi e mezzo, sia visceralmente vincolata da un bieco calcolo di realpolitik. A onor del vero, anche l’opposizione siriana è divisa sull’ipotesi di un intervento militare esterno: nelle piazze di Deraa e Homs nell’ultimo venerdì della preghiera il grido rivolto alle potenze della terra era “il vostro silenzio ci uccide” mentre i cosiddetti comitati di coordinamento regionale (creati ad hoc per gestire le proteste) e le diverse componenti dell’opposizione siriana riunitesi prima in Turchia e sabato scorso ad Algeri, hanno ribadito di non volere un intervento militare nel paese.

Il contesto internazionale - Al di là della divergenza di visioni sul futuro della Siria – tra chi pensa che sia troppo tardi per il “dialogo nazionale” (Al-Hiwar Al-Watani) promosso dal regime e chi invece ritiene che un compromesso con Assad sia necessario – quello che il contesto siriano ci fa comprendere è quanto la complessa interconnessione tra sfera interna e dimensione internazionale di uno Stato possa pietrificare sul piano politico le dinamiche di mutamento che si sviluppano al livello sociale. Le rivoluzioni, in sostanza, non bastano a se stesse. I casi dell’Egitto e della Tunisia sono a questo proposito esemplari: è quantomeno legittimo chiedersi se la caduta di Mubarak in Egitto o Ben Ali in Tunisia sarebbe stata così rapida se non ci fosse stato un intervento decisivo di USA ed Europa in supporto degli attori in  grado di gestire la transizione all’interno dei due stati.


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