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SIRIA/ Così i carri armati di Assad accendono la polveriera del medio-oriente

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Alcuni disordini in Siria (Foto: ANSA)  Alcuni disordini in Siria (Foto: ANSA)


Le blande sanzioni europee e statunitensi contro una dozzina di dirigenti politici vicini ad Assad non hanno avuto certamente né l’intenzione né l’effetto di mettere in ginocchio la famiglia al potere e il suo entourage,mentre una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è mai stata presa realmente in considerazione: la Russia, partner storico della Siria e principale venditore di armi al regime, si è fin dall’inizio opposta. La Cina lo stesso. Dal suo canto la Casa Bianca non ha alcun interesse ad indispettire il Cremlino dopo i recenti riavvicinamenti diplomatici tra USA e Russia seguiti all’accordo sulla riduzione degli armamenti nucleari. Inoltre le missioni militari in Afghanistan, Iraq, senza dimenticare quella ancora in corso in Libia, hanno già fin troppo inciso sul debito pubblico statunitense e fanno intuire che la Casa Bianca sia stanca di invischiarsi in affari altrui dalla durata imprevedibile. L’Europa, preoccupata dal futuro della Grecia e dall’instabilità dei mercati di molti membri comunitari, che, a mano a mano che il mondo si complica, stanno per di più riducendo le missioni militari all’estero, si trova nel momento peggiore per essere richiamata ad un senso di responsabilità internazionale. Persino la Francia, che ha recentemente ridefinito la sua politica estera, svincolandola spesso e volentieri dal quadro comunitario e puntando verso l’interventismo internazionale, deve aver incassato la lezione della guerra contro Gheddafi e delle difficoltà di una risoluzione-lampo di crisi in cui troppe variabili restano oscure.

Il contesto regionale - All’immobilità della comunità internazionale fa poi da complemento la debolezza delle voci dei paesi vicini. La Lega Araba ha atteso tre mesi prima di esplicitare la sua formale condanna nei confronti del regime siriano. L’Arabia Saudita, che pure mal tollera la partnership speciale della Siria con l’Iran, suo rivale storico, quasi subito dopo lo scoppio delle proteste nel paese, ha inviato un ambasciatore a Damasco per dichiarando la sua volontà di non interferire con gli affari del regime. L’imprevedibilità dei potenziali scenari post-Assad preoccupano poi Israele e Turchia: la possibilità di una guerra civile provocherebbe un esodo ben più importante nelle proporzioni di quello che Ankara si è già trovato a fronteggiare quando i carri armati siriani hanno assediato la regione nord di Idlib a pochi chilometri dalla frontiera turca. In Siria vivono, inoltre, 800.000 curdi che dal mese di aprile hanno intensificato il dialogo con i loro omologhi dell’Iraq e della Turchia meridionale, facendo paventare la potenziale riapertura di un problema che peserebbe come un macigno sul governo di Recep Tayp Erdogan. Il leader dell’AKP aveva, infatti, puntato anche sulla risoluzione della questione curda nel programma elettorale con cui è stato riconfermato premier il 12 giugno scorso e una riapertura del dossier avverrebbe proprio nella fase in cui le forze dell’opposizione interna stanno mettendo in crisi la sua onnipotenza sulla scena politica turca.



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